Giorno della Memoria: Johann, Leone, Victor e Hertzo, a mani nude contro la stupidità

Per il Giorno della Memoria il ricordo di quattro pugili che hanno conosciuto i campi di sterminio: Johann Trollmann, Leone Efrati, Victor "Young" Perez e Hertzo Haft.

Giorno della Memoria: Johann, Leone, Victor e Hertzo, a mani nude contro la stupidità

Tre sono morti lì, nei campi di sterminio. Uno si è salvato, ma ha portato le cicatrici di quel ricordo fino alla fine. La boxe non li ha aiutati a sopravvivere all’orrore, anche quando gli ha salvato la vita. Questa è la storia di quattro pugili che hanno conosciuto la brutalità della follia nazifascista. Che hanno combattuto e sono caduti, ma non sono stati sconfitti. Li raccontiamo per ricordare.

Johann Trollmann, soprannominato Rukeli o Gipsy,  è sicuramente il più noto. Stupendo medio-mediomassimo nato in Germania nel 1907 è passato alla storia sportiva per il suo stile leggero: ballava sul ring come “una farfalla” (per citare Alì). Uno stile di vita (era sinti) e sportivo impossibile da tollerare per il regime nazista. Johann conoscerà la durezza del nazismo ancora prima di finire i suoi giorni a Wittenberge. Campione amato ed osannato fino al 1930, nel ’33 viene privato del titolo, che riconquista a furor di popolo, privato un’altra volta, poi sterilizzato, costretto ad abbandonare moglie e figlia, per evitargli la durezza del regime. Quando arriva nel campo di concentramento di Wittenberge è minato nel fisico ma non nella testa. Costretto a combattere per una razione di cibo, porta avanti la sua esistenza nel campo senza mai cedere al conformismo nazista. Il giorno che viene sfidato dal kapò Emil Cornelius, pugile dilettante, è malfermo e malato per una polmonite. Ma Trollmann non ha mai perso l’orgoglio sinti. Vince e umilia l’avversario. Il 31 marzo 1944 Cornelius si vendica; si dice con un colpo di pistola alla nuca. La sua storia è stata raccontata anche da Dario Fo in uno dei suoi ultimi libri.

Leone Efrati è di una decina di anni più giovane di Johann. Nato a Roma raggiunge l’apice della carriera in Francia tra i pesi piuma. Nel 1939, allo scoppio della guerra, è tra i 10 più forti del mondo, anche se ha perso l’incontro della vita, quello per la scalata al titolo mondiale contro l’americano Leo Rodak. Quando in Italia vengono emanate le leggi razziali prova a trasferirsi negli USA, ma viene rimandato a Roma. E’ tradotto ad Auschwitz insieme al fratello. I tedeschi nei campi amano la boxe. E’ il passatempo preferito degli aguzzini organizzare incontri e scommettere. Lelletto diventa uno dei “gladiatori”, buono per ogni combattimento: un nome sicuro su cui scommettere. Cerca di galleggiare, anche quando è costretto a combattere contro pesi superiori. Quando scopre che il fratello è stato malmenato, si ribella. Viene ridotto in fin di vita dai tedeschi e mandato ai forni ancora semi incosciente, il 16 aprile 1944. E’ inserito nella International Jewish Sports Hall of Fame.

Fa parte della stessa Hall of Fame anche Victor “Young” Perez, pugile tunisino campione del mondo dei pesi mosca nel 1931 e 1932. Perez arriva ad Auschwitz nel 1943 insieme ad altri 1000. Anche lui è costretto a combattere per sopravvivere. Nonostante la durezza e spietatezza di un sistema che non ha nulla di umano, Young è uno dei 30 superstiti del gruppo quando viene costretto alla marcia della morte: dopo una notte intera di marcia al gelo, viene fucilato insieme ai compagni. E’ il 22 gennaio del 1945. Cinque giorni dopo, il 27 gennaio, le armate sovietiche entrano ad Auschwitz.

Avrebbe potuto raccontare le atrocità dei campi di sterminio Hertzo Haft, pugile polacco, unico sopravvissuto. Hertzo non è pugile quando viene catturato dai tedeschi, in Polonia. Si sacrifica per far fuggire il fratello. Ad Auschwitz-Birkenau incontra la boxe, sotto forma di un ufficiale delle SS che lo convince a combattere, per sopravvivere. Il fisico ce l’ha, la voglia di vivere anche, come quella di tanti altri. Vince 75 combattimenti. Lui sopravvive, gli altri, gli sconfitti, sono mandati ai forni. Viene soprannominato “la belva giudea” e questo è peggio di una condanna, più indelebile del n. 144738 tatuato sulla pelle. Sopravvive per tornare dalla sua Leah: fugge, uccide un ufficiale delle SS e due testimoni che l’hanno riconosciuto.

Avrebbe potuto raccontare le atrocità una volta tornato alla vita normale, ma la “belva” ha bevuto troppo sangue. Diventa un pugile professionista “crudele e violento” come lo definisce il figlio Alan, che racconta la sua storia. La sua avventura sportiva finisce per ko contro Rocky Marciano il 18 luglio del 1949, quella umana il 3 novembre del 2007. La sua amata Leah era già scomparsa da tempo.

Johann, Leone, Victor e Hertzo: pugili, che hanno combattuto contro un avversario più grande di loro: la stupidità umana. Che siano usciti vincitori o sconfitti non importa, quello che importa è ricordare.

Antonio Ungaro

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