Giro 2016: Vincenzo Nibali e la riscoperta del ciclismo eroico

Il secondo Giro d'Italia vinto da Vincenzo Nibali permette di cominciare a delineare i confini sportivi entro i quali si muove un campione in grado di riportare il ciclismo mondiale ad una dimensione più umana e epica.

Giro 2016: Vincenzo Nibali e la riscoperta del ciclismo eroico

Vincenzo Nibali ha vinto la sua quarta corsa a tappe e il suo secondo Giro. L’ha fatto al termine una settimana dai sapori forti. “Le discese ardite, e le risalite”, non solo quelle delle Dolomiti e delle Alpi Marittime, fisiche e reali e in grado di spaccare i polmoni e intimorire gli audaci. Ma anche quelle dell’uomo, del suo errare incerto e vago nella vita che in una corsa a tappe trova la metafora sportiva più calzante.

“Non contano le volte che vai al tappeto, ma quanto ci metti e rimetterti in piedi” diceva Muhammad Ali, il più grande non solo nella boxe. Ed è vero, non solo per uno sportivo, ma per qualsiasi uomo. La versione 2.0 di quella frase l’ha prima gridata alla stampa e poi realizzata con la precisione di un chirurgo Vincenzo Nibali: “Le grandi imprese nascono dalle grandi sconfitte“. Così è stato, ed il Giro 2016, il 99°, ci regala un campione i cui confini (sportivi) sono ancora tutti da scoprire. Perché Vincenzo Nibali, 32 anni a novembre, diventa il ciclista italiano più forte dai tempi di Felice Gimondi. E’ bene che iniziamo a familiarizzare con l’idea, prima di esprimere giudizi affrettati, com’è stato, anche da parte di certa stampa, in occasione delle tappe dolomitiche.

Felice Gimondi, nella sua fulgida carriera che soltanto la sorte (di incontrare Merckx) ha reso meno splendente, ha vinto 3 Giri d’Italia, un Tour e una Vuelta. Vincenzo, quando ancora ha 3_4 anni di ciclismo ad altissimo livello davanti, è giunto a 2 Giri d’Italia, 1 Tour e 1 Vuelta. Tra i due nessun altro è stato in grado di fare altrettanto; ne Moser e Saronni, simboli di un’Italia ciclistica cacciatrice di classiche e di campioni per corse di un giorno (insieme arrivano a 3 Giri d’Italia), ne i vari Bugno, Argentin, Chiappucci. Neanche il Pirata Marco Pantani, ha fatto tanto, e siamo alle soglie del Mito…

Il club di italiani in grado di vincere alla Grande Boucle (l’Università del ciclismo) è ristretto: Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani e Nibali. Se analizziamo successi e risultati, fatte le debite proporzioni di un ciclismo che in 150 anni ha cambiato profondamente la pelle, ci accorgiamo che Nibali si inserisce perfettamente (e per certi versi sorprendentemente) in una tradizione di grandi “overtime”. Ha vinto tutte e tre i Grandi Giri, cosa che in questi ultimi anni è riuscita solo a Contador. Entrambi hanno raggiunto Merckx, Hinault, Anquetil e Gimondi, riportando indietro l’orologio della storia di cinquanta anni.

Nella sua straordinaria parabola sportiva ed umana, Nibali consegna (o meglio, riconsegna) al ciclismo un campione che paga le “cotte“, come accadeva quando questo sport aveva il volto umano, prima dell’evoluzione “iperspecialistica” imposta da Indurain e dai suoi epigoni, impersonificati perfettamente da Armstrong, al netto del doping (o forse proprio per colpa di questo?). La cotta è il sale di una grande corsa a tappe. E’ l’elemento epico dell’imprevedibilità, della caducità delle cose umane, del fato che si schiera avverso. Eliminare le cotte ha reso il ciclismo meno umano e più noioso. Vincenzo Nibali ha invece rimesso “la chiesa al centro del villaggio”.

E poi c’è il discorso delle discese. Anche su questo vale la pena spendere qualche parola. Vincere un Giro in discesa, perché l’avversario, nella foga di rincorrere è costretto a forzare, non è fortuna o mancanza di fairplay. E’ riscoprire un modo diverso di correre rispetto ai “frullini”, alle frequenze assurde, alla potenza sovrannaturale di un colpo di pedale. Ci ricorda la lotta tra Nencini e Rivière, con tutto il carico di significati non solo sportivi che quello scontro ha avuto. Kruijswijk, da questo punto di vista, non è stato il primo e probabilmente (se il dio del ciclismo vorrà), non sarà l’ultimo di questa lista di grandi sconfitti.

Non sarebbe completa questa analisi (un po’ statistica, molto appassionata e forse di parte) sulla grandezza di Nibali se non ricordassimo anche che il campione siciliano è il primo ciclista da oltre 50 anni a vincere una Classica monumento e una corsa a tappe. Se vogliamo restringere ancora il club di cui abbiamo parlato prima, possiamo ricordare che solo 3 corridori prima di lui hanno vinto i tre Grandi Giri e il Lombardia: Merckx, Hinault e Gimondi. Insomma stiamo parlando della legenda di questo questo sport. Legenda nella quale Nibali è, a buon diritto, candidato ad entrare una volta che avrà appeso la bici al chiodo. Intanto, però, ad agosto ci sono le Olimpiadi di Rio…

Antonio Ungaro

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