Non ho scritto di Tadej Pogačar dopo il mondiale di Zurigo, lasciando il compito alla bravissima Luciana Rota e il suo bellissimo Pogacar: il ciclista e la tripletta. Lo faccio oggi, al termine di un Giro dell’Emilia che a mio avviso ci dice qualcosa di più e meglio del talento sloveno, dominatore degli ultimi anni e dei prossimi a seguire.
Iniziamo dai numeri di questo 2024: su 24 gare disputate ne ha vinte 21. Al Giro dell’Emilia l’ha fatto con la maglia iridata indossata appena otto giorni fa. Ha salutato tutti, specialità della casa, a 40 chilometri dalla conclusione, rispondendo ad uno scatto di Remco Evenenpoel, sul San Luca, nel tratto più difficile. Ha messo tra sé e il gruppo un minuto nello spazio di pochi chilometri. Ha chiuso con oltre due minuti di vantaggio, dopo aver perso tempo a salutare i tifosi lungo il cammino. Quando è scattato oggi aveva nelle gambe circa 170 chilometri. La stessa distanza di quando è scattato una settimana fa, al Mondiale. Da percorrere, allora, c’erano ancora 100 chilometri. Disse: “Sono stato un irresponsabile, ma mi è venuta così!”. Di lui si è scritto, da tempo, che è il nuovo Merckx, per la fame che ha di vittorie, per il numero di gare che potrebbe mettersi in tasca alla fine della sua carriera, per la distanza siderale che lo separa dagli altri.
C’è qualcosa di antico e moderno, anzi post moderno, in Tadej Pogačar e nel suo modo di interpretare il ciclismo.
Antico è il suo rispetto per il ciclismo classico, quando i campioni vincevano grandi giri e classiche in linea nella stessa stagione. Ha sempre onorato tutte le corse alle quali ha preso il via. Non corre solo a luglio, come fa Vingegaard, in questo molto simile ai campioni di fine anni novanta (Indurain e Armstrong, per capirci; ma i paragoni con il danese si limitano solo a questo).
Antica è la concezione eroica: si attacca da lontano, più è lontano meglio è. Antica è la voglia di esibire, stupire e dare spettacolo. Di vincere per saziare il proprio ego e per il portafoglio, che non dà mai fastidio. Antico il modo di scattare, riscattare e poi scattare ancora, guardando in faccia l’avversario. Quasi irridendolo.
Post moderna, invece, è la sua allegria. Nessuno, nel passato, è stato uguale. Tutti i grandi, a cominciare da Merckx, l’archetipo del vincente, in bici lavorava. Un lavoro fatto di sudore, fatica e sofferenza, un po’ come un minatore gallese o un operaio dell’Italsider. In alcuni casi soprattutto sofferenza, come il nostro Pantani, che andava forte per accorciare il tempo. Tadej invece sembra non soffrire, anzi, si diverte. Questo riempie gli occhi e il cuore degli appassionati che guardandolo andare pensano ‘sembra facile.. forse potrei pure io’. La sua faccia sorridente, il suo ammiccare alla telecamera, lo sguardo irriverente del Piccolo Principe a cui tutto riesce, ci portano nella dimensione ludica e fantastica. E’ lo spot migliore per il ciclismo. Mi auguro che tanti bambini, vedendolo giocare con la sua bici, vorranno imitarlo.
Questo decennio vede all’apice delle classifiche quattro fenomeni: Pogačar, Vingegaard, Evenenpoel e Van der Poel. La salita di San Luca, tra il Tour a giugno e il Giro dell’Emilia oggi, ha permesso di capire la distanza tra loro.
Il verdetto mi pare al momento il seguente: l’unico in grado di resistere a Tadej è il pescivendolo Vingegaard. Remco oggi ha rimediato la sua seconda batosta. La prima l’aveva incassata al mondiale otto giorni fa, provando a recuperare allo scatto irriverente e insensato di Tadej, ma senza esito. Non che il belga sia un brocco, anzi. Alla sua giovane età può vantare titoli mondiali e olimpici. Forse, però, ha preteso tanto dal suo fisico in questo 2024. Il calo di rendimento negli ultimi chilometri del mondiale crono (14 giorni fa) era la spia di riserva che si accendeva. All’appuntamento iridato è arrivato esausto. A Zurigo l’amara sorpresa, oggi l’ancora più amara conferma.
Ci resta solo la constatazione che se anche nelle corse di un giorno vogliamo vedere qualcuno in grado di mettere in difficoltà Pogačar, dovremo attendere che Jonas decida di correrle. In sua assenza, attendiamoci monologhi futuri, come quelli di questo 2024. Per il Giro di Lombardia non fate pronostici.

