Giro d’Italia 2013: perché vincerà Nibali

Giro d’Italia 2013: perché vincerà Nibali
Vincenzo Nibali sul podio della Tirreno Adriatico (foto gazzetta.it)

Vincenzo Nibali sul podio della Tirreno Adriatico (foto gazzetta.it)

Il ciclismo moderno ha un problema che non aiuta lo spettacolo, ne tanto meno le scommesse (è chissene…): di solito vince il più forte, che è anche il favorito, soprattutto nelle corse a tappe. Nulla di grave o scandaloso, anzi. Un vincitore, pur dovendo contare su diversi fattori imponderabili, sa che alla lunga prevarrà. E’ successo negli ultimi Grandi Giri, c’è il rischio che accada anche nel Giro d’Italia 2013.
Se dovessimo seguire la logica, e la massa, diremmo Bradley Wiggins, ma non sarà così. Siamo tifosi, prima ancora che commentatori e, soprattutto, in omaggio alla sede di partenza della corsa rosa, napoletani (i miei saranno contenti). Perciò più che la ragione prevarrà la cabala, la forza dei numeri e chissà, magari ci azzeccheremo.
C’è un detto, più vero di quanto si possa pensare, che recita: “non c’è due senza tre”. Neanche due mesi fa ci siamo affannati a glorificare il successo dello Squalo dello Stretto in una Tirreno Adriatico particolarmente ricca di campioni (Froome e Contador). Pochi giorni orsono abbiamo gioito, con un po’ di sorpresa, per il bis concesso nel Giro del Trentino, davanti un irritato (e sfortunato) Bradley Wiggins. A questo punto non resta che attendere l’arrivo di Brescia, consapevoli che se il nostro Nibali avesse avuto bisogno di conferme in questo 2013, non poteva chiederne di migliori. Vincere fa bene al morale e perdere provoca l’effetto opposto. Inoltre il britannico, superfavorito, si trova nella scomoda posizione di dover pensare alla corsa rosa con un occhio alla Grande Boucle, che (pare) la squadra ha destinato all’odiato compagno Chris Froome. Tra una sconfitta, ancorché per sfortuna, al Trentino e il pensiero di non poter abdicare a favore di Froome in Francia, Wiggins plana su un Giro che lo scorso anno ha pagato, in termini di partecipazione. Con lui arriva anche Cadel Evans, uno tosto che proprio sulle strade nostrane ha capito che un giorno avrebbe vinto una corsa a tappe. Sono loro due, più che l’ineffabile Hesjedal i veri favoriti; antagonisti, per noi, di Vincenzo Nibali.
Sarà, comunque vada, proprio per la presenza di tre grandi interpreti di corse a tappe (insieme fanno 2 Tour e una Vuelta), un successo. Conterà la squadra, come da sempre accade nel ciclismo (con buona pace di quanti ancora discutono se sia così) e il Team Sky ci sembra più strutturato. Il buon Nibali, però, ha detto che non farebbe a cambio per niente al mondo. Conteranno, soprattutto, le cronometro. Nel ciclismo si perde in salita, ma si vince a cronometro. Pensare di appropriarsi di un Grande Giro senza avere attitudine con questo esercizio è come Don Chisciotte contro i mulini a vento: si rischia di rimbalzare. Conta, in modo determinante, la condizione, che ti aiuta anche quando non sei sul terreno favorevole. Accade così che la crono decisiva arrida a chi meno te l’aspetti.
Comunque gli organizzatori del Giro, fedeli al loro credo “pro corridori italiani” hanno disegnato due crono anomale, una addirittura cronoscalata. Nella speranza che Nibali possa non perdere troppo terreno. Un giochetto che non c’è mai piaciuto, fin dai tempi della corsa rosa apparecchiata per Francesco Moser (allora tutta piatta).
Quest’anno si termina a Brescia, dopo anni di epiloghi a Milano. Anche questo un segno di provincialismo che, malgrado il ricambio generazionale, non ci si scrolla di dosso. Il Giro d’Italia, figlio della milanesissima Gazzetta dello Sport, non riesce proprio ad uscire dalla dimensione lombardo-meneghina, in cui è rimpiombato da una trentina di anni. Non c’è partenza che tenga (Napoli, Sardegna, estero, scegliete voi), il finale è sempre a San Babila o dintorni. Per anni abbiamo chiesto che fosse, fisso, a Roma, come il Tour a Parigi e la Vuelta a Madrid.
Invece il Giro si ricorda della capitale solo in occasione dei giubilei o per benedire la maglia (sic!). La Città eterna non è altro che Città del Vaticano, meno che mai capitale d’Italia. E’ come se uscire dagli angusti confini della Lombardia minasse l’essenza stessa della manifestazione; con buona pace del nome, dell’ambizione nazionale e finanche internazionale.
Si dice, parlando di sport ma non di ciclismo, che quando i dirigenti del 5 Nazioni di Rugby dovettero decidere l’ingresso dell’Italia nell’esclusivo torneo, i più furono convinti dalla possibilità, ogni anno, di venire a Roma, per la gioia di giocatori, dirigenti e tifosi. Chissà perché per il ciclismo nostrano questo non vale.
Il Tour è tutt’altra cosa.

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