Giro d’Italia 2013: piove sempre sul bagnato

Giro d’Italia 2013: piove sempre sul bagnato
Danilo Di Luca al Giro 2013 (foto Bettini)

Danilo Di Luca al Giro 2013 (foto Bettini)

Piove sempre sul bagnato. Su questo Giro d’Italia 2013 e sul ciclismo, in particolare, sembra non arrivare mai il bel tempo. Quello che avrebbe permesso di svolgere la tappa del Gavia e Stelvio e così di parlare d’altro. Invece siamo qui a commentare l’ennesimo caso di doping.
Con De Luca si chiude il cerchio e si completa la triade, simbolo, nel nostro caso, di dannazione. Avevamo avuto la prima medaglia olimpica della storia dello sport italiano riconsegnata per doping, Rebellin (a proposito, se cercate lo ritroverete in gara da qualche parte… ci torneremo). Poi (o prima, non ricordo, ma fa lo stesso) il giovane talento recidivo fino a sfiorare la morte con emotrasfusioni fatte in casa, Riccò. Ecco infine il “vecchio” tornato alle gare senza aspirazioni se non assestare l’ennesimo colpo ad uno sport che sta cercando di risollevarsi, guardando negli occhi il “mostro”.
Se Lance Armstrong, su twitter, cinguetta pressappoco così: “Si può essere così stupidi?”, dopo quello che lui ha fatto a questo sport, vuol dire che Di Luca non ha proprio nessun argomento a suo favore. Ed infatti non ne ha e non ha nessuno pronto a difenderlo. Il suo ct che, scopriamo ora, non lo voleva in squadra (?!) dice di lui: “E’ un caso clinico”.
Più prosaicamente il mio giornalaio, grande appassionato di ciclismo, sapeva chi era Di Luca prima ancora che vincesse il Giro, prima ancora che lo pizzicassero col Cera e, ancora prima, che scoprissero sue frequentazioni con Santuccione. Lo sapeva lui, ne parlavamo spesso: “Ma questo ogni tanto si ferma, uno due stagioni e poi riparte…” e probabilmente lo sapevano tutti. Gli stessi che l’hanno guardato negli occhi e hanno creduto alla sua “redenzione”. O gli stessi che hanno sottoposto la Federazione ad un fuoco mediatico tale da costringerla a recedere dai suoi propositi, ovvero rendere impossibile correre un campionato italiano o vestire la maglia azzurra a chi si fosse macchiato di doping.
Siccome siamo un paese di garantisti (con i forti), si sono levati in molti a dire “una volta pagata la pena, si torna nel gruppo”. Del resto è il principio fondamentale di un qualsiasi paese civile, frutto dell’Illuminismo e, prima ancora, del Settecento riformatore di Beccaria e Muratori, che erano italiani, anche senza che l’Italia fosse fatta. Soltanto che questa regola ce la ricordiamo per i politici e gli sportivi, appunto (poi dello stato delle nostre carceri… lasciamo perdere, non è questa la sede).
Dicevamo che in molti hanno lottato ed ottenuto che i reprobi di doping potessero, scontata la pena, tornare nel gruppo a tutti gli effetti e con pari diritti. Adesso, dopo che hanno guardato negli occhi il “mostro” e non l’hanno riconosciuto, che faranno?
AU

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