Il Giro d’Italia, sulle strade di Voghera e dell’Oltrepò, ha lasciato negli anni una serie di tracce che ancora oggi riaffiorano nella memoria collettiva, fatte di partenze affollate, arrivi combattuti e un entusiasmo popolare che ha segnato generazioni.
La prima volta in cui la Corsa Rosa toccò il cuore di questo territorio fu il 22 maggio 1956, quando la quinta tappa partì da Voghera diretta a Mantova. Erano 198 chilometri vinti dallo spagnolo Miguel Poblet, in un Giro passato alla storia per l’impresa di Charly Gaul sul Bondone. In quell’anno la tappa precedente, quella di Salice Terme, fu funestata dall’abbandono di Fausto Coppi, raccontato in modo vivissimo dal cronista Decio Silla, che ricordò come sul Penice i tifosi, convinti che Bartali avesse predetto la crisi del Campionissimo, arrivarono a insultare il toscano definendolo «profeta dell’abbandono di Coppi». Silla scrisse che su quelle strade, tra serpentine e curve, «si aprì il cielo»: fu uno degli episodi più discussi di quella edizione, segno di quanto il ciclismo fosse sentito e sanguigno in questi luoghi.
Dopo quell’inizio così forte, il Giro tornò a Voghera nel 1977 con la partenza della quattordicesima tappa diretta a Vicenza. Era il Giro vinto poi da Michel Pollentier, un ciclismo diverso ma ancora profondamente popolare. Due anni dopo, nel 1979, Voghera visse l’emozione dell’arrivo: la tappa numero 11, partita da La Spezia, terminò qui dopo 212 chilometri, con la vittoria dello svedese Bernt Johansson. Le immagini dell’epoca raccontano una città in festa, un arrivo pieno di pubblico e un territorio pronto ad accogliere la carovana rosa come un evento familiare, quasi un rito.
Il legame tra Voghera, il ciclismo e il Giro però non è fatto soltanto di partenze e arrivi, ma anche di storie, personaggi e squadre che hanno costruito qui una parte importante della loro identità. Tra queste, la Zonca di Ettore Milano e dei fratelli Zonca, celebrata nei ritagli in archivio a firma di Franco Rota (il padre di chi scrive). Proprio Rota, con il suo stile affettuoso e diretto, scriveva che in quegli anni «si accendeva la spia di un evento che stava maturando nella scia di una passione strettamente familiare», ricordando come i giovani corridori della squadra fossero cresciuti tra l’entusiasmo popolare e l’impegno quotidiano. Nella sua rievocazione del decennale “prof” della Zonca, Rota descrive il lavoro silenzioso ma decisivo di questa realtà sportiva: «C’era la molla che ti spingeva verso qualcosa che, a Voghera, nessuno prima d’allora era riuscito a realizzare».
Nelle sue cronache emerge la figura di molti atleti che da queste strade passarono per diventare professionisti, da Perletto a Boifava, da Panizza a Gianni Motta. Proprio Motta, intervistato più avanti, dirà che quel ciclismo «non trova nessun confronto» e che le stagioni con la Zonca furono «un mondo di nostalgia». La squadra riuscì anche a confrontarsi con giganti del pedale: celebre la fotografia che ritrae Panizza accanto a Eddy Merckx, simbolo di un ciclismo che, da Voghera, sapeva guardare lontano.
Il Giro tornò poi nel 1989, quando la ventesima tappa partì da Voghera verso La Spezia, in un’edizione dominata da Laurent Fignon. È l’ultima grande traccia rosa prima degli anni Duemila, ma non l’ultima memoria viva. I ritagli raccontano, per esempio, la figura di Aldo Luigi Zambrini, vogherese, dirigente della Bianchi e uomo chiave del ciclismo italiano: il passaggio del Giro nella sua città fu considerato un omaggio naturale alla sua storia, tanto che Franco Rota scrisse che la carovana non avrebbe potuto «rivolgere un pensiero più deferente».
Raccontare Voghera e il Giro d’Italia significa ripercorrere un mosaico di episodi, passioni e personaggi. Significa ricordare strade gremite, salite come il Penice che diventavano teatro di emozioni assolute, e piazze dove i campioni si mescolavano alla gente. Significa attraversare la memoria di un territorio che non ha mai smesso di amare la bicicletta e che oggi, con il ritorno del Giro nel 2026, ritrova un filo rosa che lo lega alla sua storia più autentica. Una storia che continua. Intanto, Voghera si prepara al suo grande momento rosa.

Voghera, “Emozioni Rosa”: la mostra di Roberto Bettini accompagna l’attesa del Giro d’Italia
Voghera si prepara al ritorno del Giro d’Italia accendendo i riflettori sulla memoria visiva della Corsa Rosa. Dal 9 maggio al 7 giugno l’Ex Casino Sociale del Teatro Valentino Garavani ospita “Emozioni Rosa”, mostra fotografica firmata da Roberto Bettini, tra i più autorevoli interpreti internazionali della fotografia ciclistica, organizzata da Spazio 53 con il patrocinio del Comune di Voghera.
L’esposizione si inserisce nel calendario di avvicinamento alla tappa Voghera–Milano del Giro d’Italia, in programma domenica 24 maggio, e propone un racconto per immagini che attraversa quasi cinquant’anni di storia della corsa. Scatti che restituiscono l’essenza del ciclismo: i grandi campioni, la fatica sulle salite, il rapporto con il paesaggio e quei momenti sospesi che hanno costruito l’immaginario collettivo della maglia rosa.
Accanto al lavoro fotografico, la mostra amplia il proprio orizzonte con una sezione dedicata alla tradizione locale, curata dal Pedale Storico Vogherese. Biciclette d’epoca, maglie, trofei e materiali d’archivio ricostruiscono il legame profondo tra il territorio e il ciclismo, offrendo una chiave di lettura che unisce dimensione globale e identità cittadina.
“Emozioni Rosa” si configura così come un percorso immersivo nel cuore del Giro, capace di coniugare documento e narrazione, memoria e attualità, in un contesto – quello di Voghera – che torna protagonista nel panorama della grande corsa a tappe.
La mostra sarà inaugurata sabato 9 maggio alle ore 10.30 e resterà visitabile fino al 7 giugno presso l’Ex Casino Sociale del Teatro Valentino Garavani, in via Gioacchino Dell’Isola 2. Orari di apertura: martedì, venerdì e domenica dalle 10 alle 12; sabato dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 18.30.
PS La foto poster di apertura generata con IA è realizzata con il contributo di uno dei magnifici “scatti” di Roberto Bettini – Il biondo è il campione adottato in Oltrepo Pavese, Eugenio Berzin. Il bianco e nero è la cover di una pubblicazione curata da Franco Rota
