Nel 1989 Giuseppe Olmo acquistò la Tenuta di Artimino (Prato), oltre 730 ettari di cui oggi 70 sono coltivati a vite, un centinaio a olivi e 500 ettari sono a bosco. Cuore della tenuta è la Villa Medicea chiamata La Ferdinanda, costruita nel 1596 per volere del Granduca Ferdinando I de’ Medici. Veniva usata come residenza di caccia (Barco Reale) e per godersi belle arti e momenti di ozio.
Nella Seconda Guerra mondiale fu bombardata e se oggi rientra tra i patrimoni dell’Unesco si deve anche a Olmo, il campione ligure, olimpionico e recordman dell’ora (primo ciclista a superare la soglia dei 45 km orari) che intuì le potenzialità della tenuta. All’epoca era già un imprenditore affermato nel panorama industriale italiano, con un’azienda di biciclette con il suo nome e numerose imprese impegnate nell’automotive.
Oggi, il Gruppo Olmo è tra i leader nel settore dei materiali plastici, poliuretani e prodotti per l’isolamento termico, ed è presente anche nel settore alberghiero. In primavera, il Gruppo si è arricchito di una nuova entità, la Fondazione Giuseppe Olmo guidata da Annabella Pascale e Francesco Spotorno Olmo, nipoti del campione. La sede nella Villa La Ferdinanda che torna ad essere un centro per le arti e le scienze attraverso studi, iniziative di formazione, ricerche e confronti per la valorizzazione della cultura d’impresa in un continuo scambio di idee tra il mondo industriale e quello accademico.
La Tenuta di Artimino fa parte dell’arenale del Carmignano Docg, un vino a base Sangiovese di cui fu riconosciuta l’eccellenza già nel 1716, quando il granduca Cosimo III fissò i limiti delle quattro aree dei vini più pregiati della Toscana: Chianti, Carmignano, Valdarno di Sopra, Pomino. Tra le prime iniziative della Fondazione, la giornata di studio dedicata al tema “Il vino alla svolta tecno culturale: nuove intelligenze, nuovi saperi, nuove competenze per nuovi consumatori”, con la presenza di speaker illustri come il professor Attilio Scienza.

La storia del Gruppo Olmo racconta di un’imprenditoria familiare nata dall’intuito di un uomo nato per eccellere. Cresciuto in una famiglia numerosa (cinque figli, poca carne sulla tavola tranne le uova, una in più per lui che così pedalava più forte), con la testa sempre in movimento, giovanissimo Olmo aveva compreso le necessità di un Paese agli albori del boom industriale. Proprio pedalando aveva acquistato una visione internazionale del mondo. Nel 1932, dilettate, aveva fatto parte della delegazione Azzurra alle Olimpiadi di Los Angeles. Il sogno americano di molti emigranti si era appena infranto con la crisi finanziaria del 1929, ma nelle case statunitensi c’erano già da tempo televisori e lavatrici, nei bar i jukebox. Quella del 1932 fu un’Olimpiade sottotono per numero di partecipanti (meno di duemila), ma generosa per il team Italia che tornò a casa con 12 medaglie d’oro, 12 d’argento e 12 di bronzo (un medagliere così non si è mai più ripetuto).
Olmo corse la prova in linea a squadre con Attilio Pavesi e Guglielmo Segato. Vinsero. Un trionfo per questo giovane ligure che da professionista si sarebbe imposto in due Milano Sanremo e sarebbe giunto secondo al Giro del 1936, dietro a Gino Bartali. Per non dimenticare il record dell’ora realizzato al velodromo Vigorelli di Milano (quasi vuoto) il 31 ottobre 1935. Olmo fermò il cronometro a 45,090 kmh, un traguardo significativo per l’epoca.
Lorenza Cerbini

