Nell’ultimo periodo gli scacchi sono tornati di grande attualità e diversi neofiti hanno iniziato a fraternizzare con le strategie e le logiche di questo antico e nobile gioco. Il merito di questo rinnovato interesse è in parte dovuto anche alla serie Netflix La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit il titolo originale inglese) che è incentrato proprio su una campionessa dell’affascinante disciplina. Un successo planetario che ha incollato allo schermo oltre 60 milioni di utenti trasformando questo piccolo capolavoro di Scott Frank nella serie più vista della piattaforma d’intrattenimento a pagamento fondata negli USA.

Ispirata all’omonimo romanzo di Walter Tevis del 1983, questa brillante produzione con Anya Taylor-Joy nel ruolo di Beth (un’enfant prodige che sin da giovanissima si mette in mostra per l’impressionante capacità di leggere la scacchiera), ha rianimato le piattaforme web che offrono confronti virtuali tra scacchisti nell’attesa che si possa tornare a cimentarsi dal vivo con torri, cavalli e scacchi matti. Al momento in Italia si contano oltre 25000 tesserati di cui 1500 donne ma il numero delle quote rosa sembra destinato a crescere proprio grazie alla tv. Del resto fino ad una ventina d’anni fa, prima dell’avvento di internet e dei pc quando i giochi da tavola erano uno dei maggiori intrattenimenti a disposizione dei ragazzi, in Italia gli scacchi erano un gioco popolarissimo ed è forse anche per questo che nel tempo si sono distinti diversi campioni nati nella penisola, da Sergio Mariotti (il primo Grande Maestro Internazionale riconosciuto dalla FIDE) a Michele Godena (il giocatore con l’ELO più alto fino al luglio del 2007).
Per la verità recentemente si è distinto a livello internazionale un altro scacchista di origini italiane, Fabiano Caruana. Il giovane genio della scacchiera è nato a Miami e ha doppia nazionalità ma ha difeso con orgoglio i colori dell’Italia alle ultime Olimpiadi della disciplina arrivando anche a strappare un importante argento agli assoluti di Londra del 2018 capitolando soltanto in finale contro il campione norvegese Magnus Carlsen.
Il mancato exploit ha avuto tuttavia poco risalto sui media e forse oggi avrebbe ricevuto una diversa attenzione mentre un tempo le stelle degli scacchi erano considerate delle vere e proprie star. Anche in virtù dell’assenza d’interesse i campioni di questa disciplina tendono a dedicarsi ad altri sport della mente molto più seguiti e popolari. Non è un caso che ad esempio autentici prodigi della scacchiera come Jeff Sarwen e Jennifer Shahade si siano convertiti in rounder professionisti adattando alcune logiche dell’antico gioco con pedoni e pezzi coronati al poker. Una scelta dovuta soltanto in parte alla più alta probabilità di raggiungere montepremi milionari mentre la fama e il riconoscimento pubblico sembrano esercitare un fascino maggiore. Infatti, almeno prima dell’uscita della serie di Netflix, il gioco era seguito da meno appassionati su scala globale. Del resto trasformare gli scacchi in professione è un lusso che solo gli assi della disciplina possono permettersi. I cachet più importanti sono riservati soltanto ai finalisti dei mondiali che tra premi e sponsorizzazioni possono guadagnare anche cifre a doppi zeri.

Prima de La regina degli scacchi anche il grande schermo si era cimentato, con fortune alterne, nella produzione di alcune pellicole dedicate allo stesso tema. Una delle migliori del genere è senz’altro La Grande Partita di Edward Zwick del 2011. Un lungometraggio sulla vita dello scacchista più famoso di tutti i tempi, Bobby Fischer (interpretato da Tobias Maguire). Il film è dedicato in particolare alla sfida per il titolo del mondo con Boris Spasskij (interpretato da Liev Schreiber). Un interessante spaccato sul periodo della Guerra Fredda e un riuscito ritratto di uno dei giocatori più controversi e geniali della storia.
Mosse pericolose di Richard Dembo del 1985 è un altro brillante film sul tema dell’incrocio tra scacchi e Guerra Fredda. In questo caso a confrontarsi sono la visione sovietica e quella occidentale della realtà messa in scena grazie alla sfida tra il campione mondiale russo Akiva Liebskind (interpretato da Michel Piccoli) e Pavius Fromm (interpretato da Alexandre Arbatt), suo connazionale rifugiatosi in Europa per sfuggire dal regime sovietico.
Ne Il settimo sigillo, lungometraggio in bianco e nero del regista svedese Ingmar Bergman datato 1957, si inquadra invece il tema da un’angolatura mistica immaginando una partita a scacchi tra un cavaliere crociato di ritorno dalla Guerra Santa e la Morte. Un autentico capolavoro che scava nell’animo umano trattando con sofisticata eleganza uno dei temi più profondi dell’esistenza.

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