
Perché l’ascesa solitaria del Nanga Parbat di Hermann Buhl è considerata, quasi universalmente, come la più grande impresa alpinistica di sempre? Sono diversi gli elementi che catapultano questo leggendario scalatore austriaco nell’Olimpo dei più grandi. Proviamo a indicarne alcuni, consapevoli che forse ne stiamo dimenticando altri.
Il primo elemento riguarda l’epoca in cui questa impresa è stata compiuta. Nel 1953 gli unici altri 8000 scalati erano l’Annapurna, ad opera della coppia francese Herzog-Lachenal, e l’Everest, dal neozelandese Hillary e dallo sherpa Tenzing. Nel giro di pochi anni anche tutti gli altri 8000 furono conquistati, l’ultimo dei quali, lo Shishapangma, nel 1964. Tutte quelle prime furono realizzate in stile himalayano, ovvero organizzando un vero e proprio assedio alla montagna, con squadre di scalatori che salivano e scendevano per le vie, allestendo campi, portando riserve di cibo, bombole di ossigeno e fissando corde.
In quella che potremmo definire una vera e propria guerra di trincea agli ottomila, l’ascesa di Hermann Buhl resta un unico. Il formidabile scalatore austriaco sarà l’unico, infatti, che violerà un ottomila in solitaria e per giunta senza l’ausilio dell’ossigeno. Senza ossigeno erano saliti anche Herzog e Lachenal sull’Annapurna, nella storica ascesa al primo ottomila. Ma l’avevano fatto insieme, inoltre a fronte di grandi sacrifici fisici, che provocarono ad entrambi amputazioni e menomazioni.
Buhl partì all’alba del 3 luglio del 1953, contravvenendo agli ordini del capospedizione, quel Karl Herrligkoffer che venti anni dopo si scontrò anche con i fratelli Messner nella tragica ascesa sempre del Nanga Parbat (raccontata nel libro “Razzo rosso sul Nanga Parbat”) dal campo V, posizionato a circa 6900 metri. Con una tenacia e forza che difficilmente si ritroverà in altri scalatori, coprì circa 1200 metri di dislivello, in solitaria, raggiungendo la vetta della montagna nuda alle 19 circa dello stesso giorno. Troppo tardi per tornare al campo, bivaccò in piedi su una piccola piazzola di ghiaccio a 8000 metri. Un’impresa (o forse sarebbe più corretto scrivere, un insieme di imprese) che lo catapulta di diritto nella storia dell’alpinismo, non essendo mai più stata ripetuta da nessuno.
All’alba del 4 luglio, quando le prime luci permisero di ritrovare la traccia battuta, riprese la discesa per raggiungere il campo V nel primo pomeriggio, dopo 36 ore di solitaria permanenza in uno dei luoghi più inospitali del pianeta. Per sostenere il suo fisico fece uso anche di pasticche di Pervitin, un anfetaminico usato all’epoca come stimolante fisico e mentale in situazioni estreme. Se paragonato agli ingenti mezzi a disposizione degli scalatori successivi (a cominciare da indumenti e scarpe), capaci di compiere una impresa simile solo 20 anni dopo la sua, si trattò di un aiuto marginale.
Buhl è anche l’unico alpinista al mondo che ha realizzato due prime di ottomila. Il 9 giugno del 1957, infatti, questa volta insieme ad altri alpinisti, raggiunse la vetta del Broad Peak (8047 m.) fratello minore del gruppo di cui fa parte anche il K2. In quella stessa spedizione, qualche giorno dopo (il 27 giugno) perse la vita ridiscendendo il Chogolisa (7.665 m), sempre nel Karakorum, che aveva provato a scalare insieme a Kurt Diemberger, montagna affrontata questa volta in stile perfettamente alpino. O, come aveva profetizzato lui stesso nelle lettere durante l’assalto al Nanga Parbat, nello stile delle ‘Alpi Occidentali’. Buhl, infatti, fu il precursore dell’alpinismo puro, lontano dalle idee e ideologie delle grandi spedizioni himalayane frutto di una politica di potenza e coloniale. Questa sua avversione per i regimi militari della sua epoca (Herzog, Herrligkoffer, Desio, solo per citarne alcuni, erano tutti ferventi nazionalisti) applicati all’alpinismo, mal sopportò l’organizzazione gerarchica delle spedizioni himalayane. Non è un caso, infatti, che la sua impresa sul Nanga fu frutto di un ‘ammutinamento’ non dettato dalla voglia di prestigio personale, ma dalla necessità di affrontare la montagna consapevoli che nulla, in quell’ambiente, può essere pianificato e sistematizzato. L’alpinismo è un atto di volontà e lucida incoscienza; nessuna pianificazione militare lo può ridurre ad operazione senza rischi, come, del resto, la stessa storia delle imprese himalayane ha poi dimostrato.
L’esempio di Buhl sul Nanga Parbat rappresenta anche uno dei più potenti stimoli per le nuove generazioni di alpinisti che dopo di lui arrivarono agli ottomila con un approccio e uno stile simile. Per comprendere la sua grandezza basta pensare che il primo scalatore in grado di ripetere qualcosa di paragonabile sarà quel Reinhold Messner diventato negli anni il più grande di sempre. Capace venti anni dopo di affrontare sempre il Nanga Parbat in solitaria (ma durante la salita raggiunto dal fratello Günther), ancora una volta contravvenendo agli ordini, e, impresa ancora più straordinaria, solo nel 1980 di scalare in solitaria e stile rigorosamente alpino, la montagna più alta del mondo, l’Everest.
