Leonardo, mio figlio di 14 anni, è sempre attento ai miti dello sport. Per esempio, ancora non ha deciso se sia più forte Messi o Ronaldo e continua a chiedermi un parere. La mia risposta non lo soddisfa: “Maradona e Cruijff”. Per questo non ci troviamo (quasi) mai d’accordo.

Come nel caso della polemica tra Ibrahimović e LeBron James. Per formazione personale propendo apertamente per LeBron. I miti dello sport sono tali soprattutto quando escono dal loro ambito e mettono a disposizione la loro notorietà per cause che loro ritengono nobili. Questo non vuol dire che personalmente condivido tutte le battaglie politiche di un campione sportivo (come potrei); però ne apprezzo l’impegno.

Leonardo, che guarda la politica con l’occhio di un adolescente, mi ricorda che questa divide, mentre lo sport unisce, citando appunto Ibra che ha un posto riservato nel suo pantheon personale.

Questa cosa della divisione e dell’unità in qualche modo colpisce e merita un approfondimento.

E’ vero che la politica divide. Perché costringe a fare delle scelte alla base delle quali vi è una percezione di cosa è corretto e cosa sbagliato. E’ vero anche che lo sport unisce, ma lo fa su valori comuni; chi non si identifica in quei valori (uguaglianza, amicizia, rispetto dell’avversario) non è accettato. Quindi mettere le due cose in contrapposizione è demagogico e non vera.

Ci sono campioni che, fuori dall’ambito sportivo, sentono la responsabilità di quello che rappresentano e si mettono a disposizione di battaglie civili e politiche che ritengono corrette. Altri che preferiscono invece sconfinare nel campo dello spettacolo, magari sul palco dell’Ariston facendo la controfigura di Celentano.

In tanti hanno risposto a Ibra. Quella forse più convincente ci sembra fornita su Il Fatto Quotidiano di oggi da Silvia Truzzi che ricorda il summit di Cleveland quando i più importanti e famosi atleti neri fecero una conferenza stampa per appoggiare la decisione di Alì di non partire per la guerra in Vietnam. Siamo nel 1967. Un anno dopo Tommie Smith sconvolse il mondo con il pugno alzato in occasione del successo alle Olimpiadi in Messico.

Questo per dire che lo sport è in grado di avvicinare e accumunare tante persone, anche di convinzioni politiche, religiose e culturali diverse, soprattutto perché costruito con le imprese di campioni come Alì, Cruijff, James, Smith, che hanno vinto contro tutti e nonostante tutto. Gente in grado di compiere il più rivoluzionario gesto a loro disposizione, mettere in discussione lo status quo e rimettere in moto la storia, innescando processi di cambiamento che hanno portato a un mondo diverso.

Cosa c’è di più politico di questo?

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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