Il basket italiano e l’impoverimento del vivaio

Il basket italiano e l’impoverimento del vivaio

Belinelli, FIP, NBADue interviste hanno colpito la nostra attenzione. Una dedicata a Davide Moretti, 16 anni, della Stella Azzurra di Roma, che è impegnato nella sessione europea del Jordan Classic International Tour (che potete leggere su intervista sportiva). L’altra divulgata dall’ufficio stampa della FIP, a Enrico Melli, classe 1995, fratello dell’azzurro Nicolò, che riportiamo qui.
Si tratta di due storie esemplari, che meriterebbero di essere raccontate e divulgate il più possibile, perché di talenti per il basket in Italia ne nascono sempre meno.
E mentre leggiamo di Davide e Enrico non possono non venirci alla mente le parole accorata (ed anche un po’ opportunistiche) del presidente Petrucci, che solo ieri ha avuto modo di dichiarare: “”Il CONI dovrebbe supportare la posizione della FIP, dal momento che è un suo dovere tutelare il patrimonio degli atleti. Io non sono contento che giochino tutti stranieri. Se il CONI non mi tutela andrò avanti da solo. Il CONI mi ha scritto che l’Unione Europea sta rilevando delle infrazioni sui comunitari della FIP – ha spiegato Petrucci -. Mi dicono mettiti a posto, ma io non posso, basta vedere dall’inizio una gara e dall’inizio sono schierati 5 stranieri su 5. A differenza di altre Federazioni io ho solo due medaglie per cui concorrere, e non so se posso andare alla prossima Olimpiade. Proprio perché Renzi presiederà il Consiglio d’Europa, il CONI deve supportarci. L’unica soluzione non può essere quella di allungare le rose delle squadre… Alla fine – ha concluso Petrucci – se l’Unione Europea dovesse insistere sulle proprie tesi, la FIP, sempre per tutelare il patrimonio dei giocatori italiani, sarà costretta a togliere i permessi agli extracomunitari”.
E’ difficile capire lo sfogo di Petrucci, soprattutto verso quel CONI che ha diretto lui stesso per anni, senza che fosse mosso un dito per la salute “sportiva ed economica” delle società di basket.
Partiamo però da un dato di fatto: il vivaio delle nostre società di basket è completamente impoverito di talenti italiani; ricco, invece, di giovani promesse straniere.
Sta succedendo (ma è ormai una consolidata prassi) quanto accade anche nel calcio, con le formazioni U18 infarcite di giocatori provenienti da ogni parte del mondo, soprattutto quello che offre meno opportunità di emergere. L’esperienza è tragica. Vi sono società che rappresentano delle mosche bianche, altre, la maggior parte, esempi da non seguire. Mosche bianche se cercano di far emergere i ragazzi che provengono dalla propria realtà territoriale (di quartiere, se parliamo di grandi città), a scapito di posizioni in classifica e trofei. Esempi da non seguire se diventano dei tritacarne nei quali il minibasket e l’attività giovanile è solo una copertura per gli scopi ultimi, che sono trovare il campione da vendere agli scout NBA.
In queste ci sono vagonate di bambini, tra i 12 e i 16 anni che abbandonano perché relegati in panchina a fare tappezzeria, oppure costretti in allenamenti separati con la squadra B, se non addirittura incentivati ad uscire da questo sport, perché “..non fa per loro”.
Accade in tutti gli sport, ma nel basket, come nel calcio, i soldi e gli interessi hanno accentuato questo andazzo che porta a premiare solo i più forti, o baciati dal talento o che hanno maturato prima.
In questo quadro desolante del basket italiano, la Federazione Italiana che fa? Invece di penalizzare o intervenire quando i “buoi sono scappati”, ovvero minacciare fantomatiche politiche “autarchiche” (con limitazione dei giocatori extracomunitari) nelle Leghe, sarebbe fondamentale che si concentrasse sul minibasket e su fasce d’età più basse, nelle quali non valgono i principi del diritto del lavoro (che obbliga la libera circolazione dei lavoratori). Aggiungendo magari quella lungimirante idea del “ius soli sportivo”, portato avanti da Pagnozzi prima della sua  bocciatura e realizzata da altre federazioni senza attendere che si muova il Governo (tra l’altro evocato da Petrucci, come se non avesse cosa a cui pensare). Sarebbe un segno di civiltà.
AU

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