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Il grande basket torna a Roma: ci voleva NBA Europe per aprire gli occhi

Il basket italiano riscopre la Capitale nel modo più brusco possibile: non attraverso un progetto costruito nel tempo, non con un investimento sulla base, non con una strategia federale capace di riconoscere il peso delle grandi città, ma con il trasferimento di società già esistenti.

L’ultimo passaggio arriva dal Consiglio federale straordinario della FIP, che ha avviato l’iter per il trasferimento della Pallacanestro Brescia da Brescia a Roma. Una decisione ancora subordinata al rispetto degli obblighi previsti dal manuale licenze per la Serie A 2026/2027, ma politicamente già molto chiara. Dopo Cremona, anche Brescia diventa il veicolo per riportare basket di vertice nella Capitale.

Il comunicato federale contiene una frase significativa. La FIP scrive che il sentimento dei tifosi non può venire meno, perché resta il fulcro dell’attività sportiva, ma aggiunge che bisogna rispettare le scelte degli imprenditori, ai quali non si può impedire di tutelare i propri legittimi interessi. È il cuore della vicenda. Da una parte le comunità sportive, le città, i tifosi, le identità costruite negli anni. Dall’altra il titolo sportivo trattato come asset, spostato dove il mercato promette più ritorno.

Roma diventa così il centro improvviso di una corsa tardiva. Prima il progetto nato dallo spostamento della Vanoli Cremona, con Donnie Nelson e Luka Dončić come volti forti di un’operazione pensata anche in funzione della futura NBA Europe. Ora la possibile nascita di una seconda realtà romana attraverso Brescia. In poche settimane la Capitale passa dall’assenza di un grande progetto stabile alla prospettiva di due squadre di Serie A.

Ci voleva NBA Europe per far capire al basket italiano che le grandi città e le grandi piazze sono fondamentali per la crescita di un movimento. Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo sono mercati, bacini sociali, luoghi dove lo sport può diventare cultura popolare, presenza mediatica, attrazione per sponsor e investitori. Quello che altrove è evidente da decenni, in Italia viene scoperto solo quando arriva qualcuno da fuori a indicare la strada.

Se questi progetti non entreranno nell’ottica di investire sull’attività di base, sulle società giovanili, sugli allenatori, sulle scuole, sui quartieri e su un rapporto vero con il territorio, rischieranno di restare cattedrali commerciali. Roma non può essere solo una vetrina per entrare nel grande risiko europeo. Deve diventare una città di basket, e questo richiede lavoro.

Le due nuove sigle del grande basket romano dovrebbero essere BC Roma SPQR, nata dall’operazione Vanoli Cremona e legata alla cordata Donnie Nelson-Luka Dončić, e Maxima Roma, destinata a prendere forma dal trasferimento della Pallacanestro Brescia. Nomi nuovi, costruiti dall’alto, dentro una logica di franchigia più che di appartenenza. Da vecchi tifosi della Virtus abbiamo un po’ di rammarico nel pensare che Toti per anni ha predicato nel deserto, cercando qualcuno in grado di affiancarlo o sostituirlo nel conservare il grande basket a Roma.

Nessuno allora ebbe la voglia o il coraggio di aiutarlo, né la Federazione (anzi complice nello scandalo Mens Sana Siena, che in qualche modo ha contribuito al declino del basket a Roma), tanto meno gli imprenditori che adesso si affacciano sul palcoscenico capitolino. Roma merita il grande basket. Lo merita per dimensione, storia, pubblico potenziale e centralità. Proprio per questo non dovrebbe riceverlo come effetto collaterale di una corsa alla futura NBA Europe. Dovrebbe essere il risultato di una scelta consapevole: investire dove il movimento può crescere davvero.

Se il basket italiano capirà questo, la riscoperta della Capitale potrà diventare un’occasione come apripista per altre importanti piazze (pensiamo a Napoli, Palermo, Bari) che potrebbero risollevare le disastrate sorti della nostra pallacanestro.

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Jules Elysard
Jules Elysard
Nato in una cittadina semisconosciuta tra Mosca e San Pietroburgo (non chiedetemi perché, è una storia lunga), di padre francese e madre italiana, mi occupo di sport fin da piccolo. Amo guardare le cose da un punto di vista diverso, a volte anche problematico, ma mai dogmatico. Ho collaborato con diversi quotidiani.

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