EditorialiIl medioevo talebano che vieta il gioco degli scacchi

Il medioevo talebano che vieta il gioco degli scacchi

In Afghanistan i talebani vietano gli scacchi per motivi religiosi. Un segnale inquietante che conferma come il gioco possa riflettere il grado di libertà e civiltà di una società.

Apprezzo così tanto gli scacchi che mi azzardo in una considerazione apodittica: la pratica misura il livello di civiltà di un paese.

La considerazione nasce dalla notizia di queste ore: i talebani, in Afghanistan, hanno sospeso il gioco. Riporta il sempre ben informato chess.com: “Gli scacchi, secondo la sharia, sono considerati un gioco d’azzardo” pare abbia dichiarato il portavoce della direzione sportiva Atal Mashwani. “Esistono considerazioni religiose riguardo allo sport degli scacchi. Finché queste considerazioni non saranno affrontate, lo sport degli scacchi rimarrà sospeso in Afghanistan”, ha aggiunto.” Non avevo bisogno di questo per convincermi che in quel paese, purtroppo e per colpa soprattutto dell’Occidente, vige un regime medioevale, nel senso di identificazione completa tra morale religiosa e quella laica. Questa ne è solo una ulteriore conferma.

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Lo stesso articolo di chess.com ricorda che gli scacchi, nel corso dei secoli, sono stati vietati dalle religioni in diverse occasioni. Fu proibito dal clero iracheno nell’Iraq post-Saddam e dall’ayatollah Ruhollah Khomeini in Iran nel 1981. Secondo David Shenk, nel suo libro del 2006 “The Immortal Game” , la prima sentenza islamica contro il gioco fu emanata nel 655 dal califfo Ali Ben Abu-Talib, mentre un altro divieto fu imposto nel 780 dal califfo abbaside al-Mahdi ibn al-Mansur. Dall’Alto Medioevo fino alla metà del XIII secolo, la Chiesa cattolica proibì regolarmente il gioco degli scacchi poiché non distingueva chiaramente tra scacchi e giochi di dadi.

Adesso, buon ultimi, quando ormai abbiamo varcato le soglie del secondo millennio, gli ‘studenti’ della sharia hanno deciso di tornare indietro di secoli in Afghanistan, privando quella popolazione anche della possibilità di giocare a scacchi. Poco male se confrontato con quanto fatto alle donne del paese, che non possono più studiare e praticare sport.

Se penso che gli scacchi hanno rappresentato la lotta tra Occidente e ‘Impero del male” in occasione della Guerra Fredda o allo sviluppo del gioco nella Russia pre e post Rivoluzione; se poi guardo gli indicatori economici attuali, con Cina e India ai vertici assoluti insieme agli USA, praticamente i tre paesi in cui gli scacchi rappresentano una palestra per buona parte della popolazione giovanile; se, infine, ricordo a me stesso che ad oggi il giocatore più forte al mondo proviene anche da uno dei paesi in cui gli stessi abitanti dicono di vivere meglio (Carlsen e la Norvegia); se metto tutte queste cose insieme, mi convinco ancora di più che la diffusione del Nobil Giuoco è il metro di paragone per l’evoluzione culturale, sociale e civile di una comunità.

Mi auguro che il medioevo talebano duri il meno possibile e che i giovani e le donne di quel paese possano tornare, il prima possibile e con le loro forze, a fare sport, pensare liberamente, studiare e, perché no, anche a giocare a scacchi.

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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