Ieri Bologna e il San Luca – due volte – in una Emilia Romagna trepidante di presente ciclistico (tutti per Pogacar) e di nostalgia Pantani, stamani la partenza da Piacenza, una folla gialla inimmaginabile come il Tour de France sulle strade italiane. Non abbiamo campioni da grandi corse a tappe in Italia ma la passione e l’amore per il ciclismo è ovunque.
Una passione e un amore che si sta insinuando anche fra i più giovani, finalmente, e questo – secondo noi – grazie a un ragazzo campione “speciale” come Tadei Pogacar che li ha conquistati tutti con la sua spensieratezza da vincitore del Giro d’Italia conquistato poche settimane fa e ieri, alle prime scaramucce fra i due contendenti (Pogacar-Vingegaard), lo sloveno che corre un ciclismo spensierato ha ribadito che vuole l’accoppiata Giro-Tour e la vuole nello stesso anno. Ha vestito la sua maglia gialla.

Mentre la Francia ha messo in tasca i primi due successi di tappa con l’impresa di Romain Bardet sabato e di Kevin Vauquelin ieri, la nostra bella Italia sta a guardare. Il passaggio del Tour. Due francesi uno dopo l’altro al Giro di Francia non accadeva dal 2019 di Julian Alaphilippe e di Thibaut Pinot. Noi ci accontentiamo da spettatori. Ci sentiamo tutti gregari del grande ciclismo del mondo interpretato dal Tour de France che sta dando una lezione di sport e di passione anche a quegli sponsor che si sono allontanati da lui (e da noi). Senza grandi squadre e investitori che ne permettano la gestione e organizzazione non lottiamo più nella massima divisione dello sport a due ruote.
Così il tempo corre e siamo costretti a diventare nostalgici per forza perché non avendo un presente e un futuro davanti guardiamo indietro e non capiamo perché. Il bicchiere mezzo pieno è quello di un Paese che sta rivivendo da mesi di attesa del Tour la storia del ciclismo come se fossimo in … Francia. Di solito diciamo, da qualunquisti un po’ provinciali – quelli che vedono sempre l’erba del vicino più verde – “se fossimo in Francia questo posto sarebbe curato come un monumento”, eppure, queste settimane di attesa ci hanno mostrato al mondo orgogliosi di tutta la nostra storia ciclistica. Campioni a gogo. Tutti quelli che avevamo lì abbiamo dati in pasto all’emozione.
E il risultato è stato all’altezza. Come oggi fermi in una rotonda di Alessandria Città delle Biciclette – dove si racconta la storia documentata della prima bicicletta giunta in Italia nel 1867 – e da allora in poi qui tutto è iniziato: le prime organizzazioni sportive, la nascita dell’Unione velocipedistica italiana, la prima assemblea dell’UCI (la nonna della federazione internazionale), le prime gare su pista, i primi campionissimi della storia – Girardengo e Coppi – la prima accademia tecnica del ciclismo – la Siof di Cavanna – la composizione di uno sport individuale che diventa anche di squadra con i suoi gregari: Serse Coppi, Sanrino Carrea, Ettore Milano… per citare gli angeli che hanno volato più alto.
Terra fertile anche di personaggi questo Alessandrino: con i Cuniolo, Malabrocca, Gerbi (astigiano quando Asti era sotto Alessandria). Terra che non dimentica la storia e la passione della bicicletta, anzi la rinnova come spiegava ieri il sindaco Giorgio Abonante, in maglietta gialla, sorridente perché il suo appello di qualche settimana fa – “mancano vigili per presidiare il Tour chi ci può aiutare?” – è andato a buon fine e tutto fila liscio con il Giro di Francia!
Ad Alessandria Città delle Biciclette, complice il Museo della Camera di Commercio a Palazzo Monferrato, in questi giorni si è celebrato un tributo a Marco Pantani con il coinvolgimento di Inchiostro Festival e Mania Bike. È nata una nuova opera d’arte (una serigrafia numerata) che ricorda il Pirata che è stato raccontato anche live dalle parole dello scrittore Giacomo Pellizzari (La mappa del Pirata, Cairo ed) e c’è una mostra che si intitola “accoppiata Giro-Tour” con le biciclette di Pantani, di Gotti, di Nibali: tre protagonisti delle grandi corse a tappe che non sono alessandrini ma sono ugualmente amati e riveriti da queste e da altre parti del mondo. Perché la storia del Tour è quell’attimo infinito di passaggio nella gloria del tempo che non dimentica.
