
Negli ultimi anni il trekking ha smesso di essere un’esperienza riservata a pochi, disposti a lunghi tempi di avvicinamento, incertezze logistiche e una dose non trascurabile di improvvisazione. Oggi camminare in quota, raggiungere campi base iconici o attraversare catene montuose remote è diventato, sempre più spesso, una possibilità strutturata, organizzata e – soprattutto – acquistabile. La montagna, in molte delle sue forme più celebri, è entrata pienamente nel mercato globale del turismo esperienziale.
I numeri raccontano bene questa trasformazione. Nel 2025 il mercato mondiale dell’escursionismo e dell’hiking ha superato i 39 miliardi di dollari, confermandosi uno dei settori più dinamici del turismo internazionale. Una crescita che riflette un cambiamento profondo nelle abitudini di viaggio: meno vacanze statiche, più esperienze “da vivere”, da raccontare e da condividere. Il trekking, da pratica lenta e spesso solitaria, si è progressivamente adattato a una domanda più ampia, meno tecnica e più orientata all’esperienza complessiva.
In questo contesto si inserisce anche la crescita di operatori specializzati come Focus Himalaya Travel, realtà italiana attiva dal 1989, che ha chiuso il 2025 con un aumento del 13% dei partecipanti rispetto all’anno precedente. Un dato che non va letto soltanto come successo aziendale, ma come indicatore di una tendenza più ampia: il trekking non è più una nicchia, ma una modalità di viaggio normalizzata, capace di attrarre pubblici diversi per età, genere e background.
Le mete più richieste restano quelle simboliche. Dalle grandi montagne africane – Toubkal, Kilimanjaro, Monte Kenya, Ruwenzori – fino ai campi base himalayani e karakoriani legati all’immaginario dell’alpinismo estremo. Everest, K2, Annapurna o Nanga Parbat continuano a esercitare un richiamo potente, nonostante (o forse proprio grazie a) una logistica sempre più rodata. Lo stesso vale per il Sud America, dalla Patagonia andina all’Aconcagua, o per aree desertiche e altopiani un tempo marginali, oggi inseriti stabilmente nei cataloghi di viaggio.
Il punto, però, non è stabilire se tutto questo sia “giusto” o “sbagliato”. La questione è più complessa. La montagna contemporanea, così come il trekking globale, riflette una tendenza chiara: ciò che un tempo richiedeva competenze elevate, tempo e incertezza, oggi è spesso accessibile a chi dispone delle risorse economiche necessarie. Guide, infrastrutture, permessi, portatori, trasporti e supporto logistico trasformano ambienti estremi in esperienze relativamente controllate. Non democratiche in senso assoluto, ma certamente più accessibili di quanto lo fossero trent’anni fa.
Questo processo porta con sé conseguenze ambivalenti. Da un lato, consente a più persone di entrare in contatto con territori straordinari, culture locali e ambienti naturali fragili, generando reddito e attenzione. Dall’altro, rischia di appiattire l’esperienza, riducendo la montagna a prodotto e il cammino a prestazione, con impatti ambientali e culturali sempre più difficili da gestire.
Che questo sia un bene o un male resta una domanda aperta. Probabilmente è entrambe le cose. Di certo, racconta molto del nostro tempo: un’epoca in cui anche la montagna, ultimo spazio simbolico di libertà e imprevedibilità, è entrata definitivamente nel perimetro dell’economia dell’esperienza.
