
Si dice che la storia dell’alpinismo sia cominciata proprio qui, sulla montagna calva, il gigante della Provenza, il Mont Ventoux quando, il 26 aprile del 1336, Francesco Petrarca raggiunse la vetta insieme al fratello. Potremmo dire che anche il ciclismo sia cominciato lungo queste pendici, e precisamente il 13 luglio 1967 quando Tommy Simpson si accasciò al suolo, vinto dalla fatica e da quel mix di farmaci che servivano ad ogni buon ciclista per tirare avanti, soprattutto in tappe come quelle che finivano in vetta al paesaggio marziano del monte.
Si perché c’è un prima e un dopo nella storia di questo sport, scandito proprio da quella fatidica e tragica data. Un prima, nel quale il ciclismo eroico e pionieristico si fonde con aloni di leggenda, e un dopo, nel quale le parole fair play, giocare pulito, doping, segnano la differenza tra i buoni e i cattivi.
La montagna calva è quindi sacra per eccellenza per il nostro sport; non solo per le imprese che i campioni hanno scritto, ma soprattutto perché introduce un principio etico al quale, da quel 1967, nessuno può più derogare. Un po’ come le tavole della legge dettate a Mosè direttamente dal Signore o come il discorso delle Beatitudini, o discorso della Montagna (sarà anche un caso, ma torna sempre una montagna).
Così oggi il piccolo e arruffato Paret-Peintre ha vinto il duello con l’altrettanto piccolo e arruffato Healy, onorando il ciclismo francese sulla ‘montagna sacra’. Un toccasana per il cugini d’oltralpe che soffrono, più di quelli nostrani, da tempo anonimato alla Grande Boucle. I media italici si sono divertiti, fino al successo di Jonathan Milan (a proposito, per lui record di maglie verdi per un ciclista italiano), a segnare i giorni di digiuno da una vittoria di tappa. I francesi non toccano palla (nel senso che non vincono il Tour) da quaranta anni, nonostante le quattro o cinque squadre Pro che posseggono e un bicampione del mondo come Alaphilippe.
Comunque oggi i due brutti anatroccoli del ciclismo moderno (Paret-Peintre e Healy appunto) hanno fatto spettacolo con scatti e controscatti, alla ricerca della vittoria di prestigio. Sinceramente vederli pedalare, nell’impietoso stacco di regia, alternati a Pogacar e Vingegaard, era spettacolo stilisticamente deprimente. Tanto brutti e caracollanti (benché efficaci) i due, tanto belli e lineari i marziani che si stanno ancora giocando il Tour.
La lotta per la vittoria finale ha detto ancora una volta che piccolo-principe Pogacar è più in forma e strutturato di Vingegaard. Ma ha detto anche che il danese sta crescendo di condizione e gli scatti dello sloveno hanno fatto meno male del solito.
Così, scatta tu che scatto io, alla fine i due hanno coperto la salita con il tempo di 54″41 (Pogacar), frantumando il record che era di Marco Pantani (57’34”) ed anche quello di Mayo (55’51”) realizzato però in occasione di una crono e senza chilometri aggiuntivi nelle gambe di una tappa in linea. Hanno, insomma, cancellato personaggi che hanno vissuto in un’epoca in cui i contorni tra bene e male si confondevano e sfumavano, come in un perfetto noir. Macchiati però da quella ipocrisia di fondo che condannava il reo e perdonava il contrito, in perfetto stile controriformistico. Insomma un’epoca che i fatti della Montagna Sacra avevano introdotto nel 1967 e che l’impresa di Pogacar e Vingegaard oggi sembra aver definitivamente cancellato. Sarà forse sacra anche per questo? Ai posteri la sentenza.
