Iron Mark – Le corsie di Marco Dolfin: chirurgo e nuotatore

Le corsie di Marco Dolfin sono quelle che viaggiano in parallelo in una geometria non euclidea. Corsie destinate a intersecarsi e convergere.

Iron Mark – Le corsie di Marco Dolfin: chirurgo e nuotatore

Saremo sinceri, penso che Alberto Dolfin, autore di “Iron Mark – Le corsie di Marco Dolfin: chirurgo e nuotatore” (ed. BradipoLibri, pag. 127 sp) apprezzerà. Per farlo partiamo da un film, che fa impazzire i miei figli: “Glory Road”, la storia dei Texas Western Miners, la squadra maschile del college di El Paso che vinse nella stagione 1965-66 il campionato NCAA con ben 7 giocatori di colore, cambiando la pallacanestro USA.

In un passaggio del film i giocatori neri spiegano ai colleghi bianchi cosa significa cambiare la prospettiva, anche nel linguaggio: “Per tutti il buono è buono e il cattivo è cattivo; il buono è bianco, il nero è cattivo. Per noi è esattamente il contrario, cattivo vuol dire buono.”

Usiamo questo cambio di prospettiva per descrivere il bel libro di Alberto Dolfin che racconta la storia umana e sportiva di suo fratello Marco, paratleta e medico chirurgo, rimasto vittima di un incidente che l’ha reso paraplegico e sulla sedia a rotelle.

Marco è un antieroe-eroe: perché resta ai piedi del podio alle Paralimpiadi di Rio 2020; perché non indugia nel determinismo fideistico che vuole la “disabilità=dono del signore”; perché conserva ancora il rotolo di carta igienica a casa su cui sono scritte le frasi più stupide che si possono rivolgere ad una persone nella sua condizione. Insomma non concede sconti e giustificazioni alla sua condizione.

Le corsie di Marco Dolfin sono quelle che viaggiano in parallelo in una geometria non euclidea. Corsie destinate a intersecarsi e convergere.

La corsia di un medico che si ritrova improvvisamente dalla parte “sbagliata” della sala operatoria. Una corsia difficile, forse la più difficile da percorrere, per tornare a fare il lavoro per il quale ha studiato e che ha sempre amato: operare. Con il suo esoscheletro in grado di sostenerlo e contemporaneamente avvicinandolo incredibilmente ad un eroe Marvel, Marco Dolfin da tempo è tornato ad operare e continua, anche adesso che la vita ha assunto un andamento stabile, a ragionare su come migliorare la sua sedia a rotelle verticale.

La seconda corsia è quella percorsa nelle interminabili (e rubate agli impegni familiari e di lavoro) sessioni di allenamento. La vita dell’atleta paralimpico che con determinazione si trasforma in campione, in grado di vincere medaglie di bronzo e argento agli Europei ma di veder sfilare via quella più ambita, alle Olimpiadi di Rio. “Non sono contento – racconta Marco al fratello nel libro – per quella medaglia di legno. Tornerò a Tokyo per riprovarci.” La pandemia ha spostato la data di un anno e aperto nuove prospettive, non tutte positive non solo per lui.

Andrebbe specificato che le corsie in realtà sono tre, perché un ruolo determinante in questa avventura umana lo occupa anche la famiglia: la moglie, i figli, i genitori ed i fratelli. Uno dei quali, Alberto, si è fermato a raccontare le imprese di Iron Mark, che sono poi le imprese di tutto il gruppo Dolfin.

Così, per tornare al cambio di prospettiva, ci fermiamo un attimo a ragionare: famiglia, lavoro, sport… ma non sono le corsie che percorriamo ogni giorno, con fatica ed anche passione?

Insomma Marco Dolfin, un eroe antieroe che dice, parlando della sua vita: “Si tratta di qualcosa che è successo e che mi ha cambiato l’esistenza, ma che non posso modificare in nessun modo. Posso soltanto trovare la migliore soluzione possibile per adattarmi”, sta parlando di lui oppure di tutti noi?

Antonio Ungaro

Lascia il tuo commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.