Italia fuori dal Sei Nazioni: ma è veramente colpa del “materiale”?

Esiste una corrispondenza tra il numero di praticanti in un paese e il livello tecnico delle Nazionali? Analisi dei numeri del rugby nel mondo.

Italia fuori dal Sei Nazioni: ma è veramente colpa del “materiale”?

Il Times qualche giorno fa ha ospitato l’editoriale di Stuart Barnes che ha sollevato un puntuale (e periodico) polverone riguardo l’opportunità o meno di tenere l’Italia ancora nel Sei Nazioni.

Qualcuno, più saggio, ha ammesso che forse un Torneo con un sistema di promozioni e retrocessione sarebbe più consono ai tempi (Giovannelli). Tra le tante voci supporto del “remain” ci ha colpito la dichiarazione di Ciccio De Carli, l’uomo della prima meta azzurra nel torneo più antico del mondo ed attualmente allenatore degli avanti della Nazionale.

Le sue dichiarazioni le potete leggerle in questo articolo, noi ci vorremmo soffermare sull’ultima: “Io mi confronto continuamente con i tecnici della altre 5 nazioni: e vi assicuro che ci stimano, ci temono, ci considerano avversari alla pari. Ai mondiali, il mio omologo del Sudafrica – che si è poi preso il titolo – mi ha confessato che prima del match contro di noi erano molto preoccupati, e ci avevano studiato a lungo. ‘Col materiale che avete a disposizione, fate un lavoro straordinario’, diceva. E allora, perché mai dovremmo fare un passo indietro?”.

Pare, quindi, che il problema sia “il materiale umano”, dando per scontato (ma non è detto) che De Carli, riportando le parole del collega sudafricano, intendesse questo (ci riesce, infatti, difficile credere che il livello basso del nostro rugby dipenda da cose come gli scarpini, i campi oppure i palloni).

Ci siamo chiesti: ma è vero, il problema del rugby italiano è la carenza di “materiale”? Esiste una corrispondenza tra numero di giocatori/praticanti e livello tecnico delle Nazionali? Del resto se il problema dei risultati che non arrivano è colpa del “materiale”, vuol dire che quello a disposizione non è sufficiente.

Senza troppa fatica siamo atterrati su questa pagina wikipedia. Per facilità di lettura riportiamo di seguito la classifica delle prime nazioni in cui il rugby è più praticato a livello agonistico e amatoriale. I dati sono del 2011, quindi non molto recenti.

Tabella giocatori rugby nel mondo

Sicuramente più aderente all’attualità i dati di questo documento, prodotto nel 2016 dalla Federazione internazionale (potete scaricare qui). I rapporti non cambiano di molto.

In entrambi i casi si può vedere come non esiste una corrispondenza automatica. Usa e Sri Lanka, per citare due esempi, hanno numeri alti di praticanti, ma non fanno parte del gotha mondiale.

L’elemento, però, che ha maggiormente attirato la nostra attenzione riguarda i numeri del rugby gallese: uguali a quelli dell’Italia. Ci sono anche altri paesi che ci sopravanzano nel ranking mondiale con numeri di praticanti più bassi dei nostri. La Georgia, che ci insidia da vicino tecnicamente e nel “cuore” di alcuni commentatori britannici, addirittura ha numeri “residuali”.

La seconda domanda che ci siamo posti, quindi, è stata: ma se il Galles ha numeri uguali ai nostri, perché loro sono sempre tra le prime cinque nazioni del mondo e noi no?

E’ evidente che il problema del “materiale” a disposizione, quindi, ha una doppia lettura. Appurato che non dipende dai numeri, resta quello di come questi numeri vengono trattati una volta che entrano a far parte del gioco. Come formiamo i nostri giovani? Come insegniamo il rugby? Che obiettivi gli diamo nelle diverse fasce d’età? Come selezioniamo gli atleti di alto livello? E via dicendo. Tutte cose che contribuiscono a plasmare il materiale, che però non dipendendo dal “materiale”, ma da chi questo “materiale” è chiamato a trattare.

Non crediamo quindi che il problema sia il “materiale”; per trovare una responsabilità delle pessime figure italiane al livello internazionale bisognerà guardare da qualche altra parte.

Consigliamo anche di fare presto, perché è illusorio pensare che il posto nel Sei Nazioni ci spetti solo perché ci chiamiamo Italia.

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