E’ stata una giornata triste quella di oggi a Roma in occasione del Sei Nazioni. Il tonfo dell’Italia, l’ennesimo (7-48), contro il Galles è solo un contorno. C’è aria di resa nel rugby italiano: elezioni federali, Nazionale deludente e covid si sono confusi in un mix micidiale e malinconico.

Mentre percorro, da solo, viale dei Gladiatori per raggiungere la postazione stampa mi tornano alla mente tutti i Sei Nazioni che hanno accompagnato la mia vita negli ultimi 20 anni.

Il primo, quel 5 febbraio del 2000, al Flaminio. Io, Stefania e Riccardo, ancora nel pancione. Una fredda e splendida giornata di sole. I biglietti acquistati al botteghino, prima di entrare (!) al prezzo di un cinema. Tanti scozzesi, pochi italiani.

Qualche anno più tardi il Torneo si è spostato all’Olimpico. Bello, capiente, pieno all’inverosimile. Anni in cui il Sei Nazioni è stata la festa dell’Italia del rugby che si ritrovava qui a Roma, proveniente da ogni angolo del Paese. Io e Riccardo sempre presenti: in curva, in tribuna… dove trovavamo i biglietti. Da soli, oppure con gli amici del rugby. E poi le trasferte a Parigi, a Edimburgo, sulle orme dei campioni…

Sono arrivati i villaggi del terzo tempo, con i ragazzi che prima facevano la fila per un gadget poi, cresciuti, per la birra. Io con loro, vicino o lontano, a seconda dell’età. In questi venti anni il Sei nazioni a Roma ha avuto il sapore della festa di primavera, che ha fatto rima con sole e calore anche quella volta che nevicò e che quasi quasi battevamo l’Inghilterra.

Oggi a Roma, percorrendo solitario via dei Gladiatori, pensavo che tutto questo è sparito. Cancellato da un virus che non permette ancora di tornare ad abbracciarci e, cosa ancora più grave, di stare insieme per una partita di rugby.

Se lo sport è una delle maggiori vittime di questa pandemia, oggi ho avuto la percezione tangibile che il rugby è sicuramente, tra tutte le discipline, quello che ha subito il colpo più duro. I campionati sono fermi. Si trascina stancamente una Top10 a cui non da credito nessuno. Le franchigie e le accademie, come l’orchestrina sul Titanic che suona per dare e darsi forza, sanno che anche per loro il momento è vicino.

Le società del rugby non potevano scegliere giorno migliore per dare un segnale forte alla Federazione e una richiesta di cambiamento. Mai visto, nella mia storia ultratrentennale di addetto ai lavori, una bocciatura così forte della dirigenza precedente: solo il 2% di voti!

La faccia mesta e sconsolata degli Azzurri in campo, quella affranta di Smith in panchina, lasciano l’idea di un gruppo che sente improvvisamente mancare la terra sotto i piedi: kamikaze lanciati contro il nemico quando ormai la guerra è finita.

Credo che il clima generale di sconforto e scoramento, di cui i ragazzi di Smith e lo stesso allenatore non sono responsabili, che attanaglia il Paese in questi mesi che ci attendono, ancora di sofferenza, isolamento e zone rosse, abbia giocato un ruolo fondamentale. A dimostrazione che lo sport non può essere separato dalla vita di tutti giorni.

Resta una domanda, mentre torno a casa anzitempo: e il mio Sei Nazioni, i miei ricordi, le mie emozioni, che fine hanno fatto.. soprattutto, ci saranno altre feste di primavera?

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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