Se non avessimo cose più importanti a cui pensare da due anni a questa parte, si potrebbe anche ammettere che questo è il giorno più infausto della storia recente. Il giorno dopo è sempre quello peggiore. L’Italia non parteciperà, per la seconda volta consecutivamente, alle fasi finali di Coppa del Mondo di calcio. Ieri la sconfitta contro la Macedonia del Nord, oggi i tanti commenti stile armageddon.
Cinque anni fa, dopo il pareggio con la Svezia, parlammo del ‘fallimento del sistema Paese’. Rileggendo quelle righe ci sembra che oggi sia cambiato poco. Se non forse che, alla luce di un 2021 trionfale per lo sport italiano, l’errore più grande che si possa fare, nel commentare la sconfitta contro la Macedonia del Nord, sia quello di trascinare nel fango tutti.
Se di problemi strutturali si parla, che questi vengano individuati soltanto nel calcio, perché atletica, ciclismo, canottaggio, sport paralimpico, ecc… viaggiano con il vento in poppa. Prova ne è il recente titolo mondiale di Jacobs nei 60 metri, per citare solo l’evento più eclatante.
C’è da chiedersi come sia stato possibile passare dal trionfo degli Europei alla debacle di ieri in poco meno di un anno. Il fatto che la parola più ricorrente, parlando della vittoria europea, sia ancora “fortuna”, alla luce di quanto accaduto ieri, lascia un po’ di amaro. Ammesso, come crediamo, che quel successo non sia stato frutto del caso, bisogna pur inquadrare quei giorni con quelli che poi sono seguiti ed anche quelli precedenti. Aver bucato una qualificazione può avere uno o due colpevoli; mancare ancora l’obiettivo vuol dire che siamo al cospetto di qualcosa di più profondo. Le dimissioni (a suo tempo tardive) di Tavecchio e Ventura non hanno cambiato le cose. Il successo in Inghilterra agli Europei non ha aperto un ciclo, come si sperava data l’età di molti protagonisti. Se il calcio italiano era malato 5 anni fa, oggi appare nella stessa condizione. In questo fallimento, però, non coinvolgiamo tutto lo sport italiano.
Semmai poniamoci una domanda, che ci ponemmo già nel 2017: come mai negli sport di squadra siamo ormai così carenti? Non lasciamoci illudere dall’effimero successo dell’Italia del rugby contro il Galles nell’ultimo turno del Sei Nazioni 2022. Nè dalla qualificazione conquistata a fatica alle Olimpiadi di Tokyo da parte della Nazionale di Basket, frutto di un’unica grande prestazione, contro la Serbia. Dopo quel successo (e nei 12 anni antecedenti) il deserto, tanto che rischiamo seriamente di restare esclusi anche dai Mondiali di Basket del prossimo anno. Le cose non vanno meglio neanche negli altri sport di squadra in cui un tempo eravamo potenze: pallavolo e pallanuoto. E non possiamo neanche far passare per sport di squadra la staffetta 4×100 di atletica o il quartetto dell’inseguimento di ciclismo su pista, splendide e immacolate medaglie d’oro a Tokyo.
Crediamo che infondo questa manchevolezza negli sporti di squadra rispecchi una tendenza ormai consolidata della società italiana e forse affonda le proprie radici nella nostra storia. Non siamo mai stati un popolo in grado di identificarsi in una comunità ben oltre i singoli interessi di parte. Siamo il paese dei cento comuni e mille campanili, all’interno dei quali ci dividiamo tra guelfi e ghibellini. Per noi gli individualismi e i distinguo sono la regola e ognuno di noi in cuor suo vorrebbe che fossero regola per tutti. Il paese degli Spartaco e Masaniello, capaci di trasformare gli interessi privati in sommossa, incapaci di organizzarla in rivoluzione perché per farla ci vuole disciplina e riconoscere un’autorità. E, per tornare allo sport, quando abbiamo vinto l’abbiamo fatto perché toccati da una dimensione non nostra o condotti da leader di altri paesi, come Velasco per la pallavolo, Rudic per la pallanuoto, Tanjevic per il basket, Coste per il rugby.
Si potrebbe obiettare che nel calcio, un tempo, vincevamo. Forse perché il calcio, rispetto agli altri sport di squadra, è quello in cui l’indisciplina e l’individualismo trovavano maggior spazio e a volte rappresentavano un valore aggiunto. Questo fino a qualche anno fa. Poi è arrivata l’arancia meccanica di Cruijff (in largo anticipo sui tempi) e, soprattutto, il Barcellona di Guardiola, che ha creato un modello. Erano i primi dieci anni del duemila, pressapoco quando l’Italia ha partecipato al Mondiale per l’ultima volta. Sarà un caso?

