Italia Svezia, il fallimento del calcio è i fallimento del sistema Paese

Mancanza di coraggio per quanto riguarda lo Ius Soli, poca fiducia nei giovani, poca possibilità di giocare e fare sport liberamente sono alcuni dei mali che non riguardano solo il calcio, ma tutto il nostro sistema.

Italia Svezia, il fallimento del calcio è i fallimento del sistema Paese

Il calcio è metafora del sistema Italia. Per commentare quanto è successo ieri, allora, cominciamo dalla fine. Le mancate dimissioni di Ventura e Tavecchio, oltre a fornire la cifra dei personaggi, sono in linea con la concezione italiana della gestione pubblica e delle responsabilità ad essa collegata.

“Il mio unico errore è stato non aver fatto un goal nella partita di ritorno”, ha detto Ventura in sala stampa. Una frase degna del miglior Schettino, antieroe italiano che però rappresenta anche nel modo più tragico il nostro modo di essere. Una frase che vale come uno scarico di responsabilità. In campo c’erano i giocatori e non Ventura. Il fatto che non sia arrivato il goal è responsabilità di chi aveva la palla per buttarla in rete e non l’ha fatto. Ergo, aldilà delle parole, il vero senso della frase di Ventura era: “Non è colpa mia, ma dei giocatori…“. Da questa semplice considerazione nascono le mancate dimissioni. Arriveranno oggi o forse nei prossimi giorni, ma sull’onda di un risentimento popolare che travolgerà tutto il mondo del calcio e sul quale, neanche i “muri di gomma” potranno far finta di nulla.

E’ vero, però, che questa clamorosa debacle del calcio italiano ha diversi padri. Fermarsi a Ventura sarebbe superficiale. Affinché le cose possano migliorare e con atteggiamento resilente (termine strausato in questo periodo) trarre del buono da questa storia, bisogna guardare in faccia la realtà e provare a indicare i mali “sistemici” di tutto lo sport italiano. Perché siamo convinti, forse andando contro corrente, che il primo sport in Italia (per pratica e seguito) non sia messo così male come si vuole far credere adesso. Di talenti calcistici ne abbiamo e continuiamo a produrne. Cosa dovremmo dire, altrimenti, di sport come il basket, il rugby, la pallavolo, solo per citare i più noti?

Se nel calcio abbiamo mancato la qualificazione ai mondiali dopo 60 anni per colpa di un CT oggettivamente non all’altezza, nel basket non andiamo alle Olimpiadi da 16, nonostante sulla panca siano saliti i migliori coach in circolazione. Stesso dicasi per il rugby, ancora alla ricerca di se stesso. Il calcio, grazie a risorse, praticanti e tecnici di base di medio-alto livello, era riuscito fino ad oggi (o forse ieri) a compensare queste deficienze.

Proviamo ad elencarle, per poi analizzarle una ad una: utilizzo indiscriminato degli stranieri nei vivai a cui fa da contraltare la poca sensibilità sociale (leggi applicazione dello ius soli a livello sportivo), vincolo sportivo, costo di accesso alla pratica sportiva, mancata fiducia nei confronti dei giovani e sistema “bloccato”.

Utilizzo degli stranieri e mancata applicazione dello ius soli – Sono le due facce della stessa medaglia. Mentre le società si affannano a cercare i prospetti migliori in giro per il mondo, in un imbarazzante mercato di uomini al limite del legale, trattandosi spesso di minorenni se non di bambini, cresciamo una generazione di apolidi sportivi che, non avendo la nazionalità italiana, non vengono sportivamente considerati e non presi in considerazione per le varie Nazionali. Non ci nascondiamo dietro le parole: il nostro sistema è simile ai negrieri del 600 e 700: si importano “schiavi”, mentre neghiamo ogni diritto sportivo a chi vive e gioca in Italia. La Germania ha ricostruito la propria forza sportiva proprio introducendo lo ius soli. Noi spacchiamo ancora il capello in quattro su questi temi…

Vincolo sportivo – E’ una schiavitù non suffragata da nessuna regola di buon senso se non quella di permettere a molte società, incapaci di insegnare il proprio sport, di vivere sui trasferimenti dei tesserati. Non è un incentivo alla valorizzazione (che infatti in molti sport assume un diverso carattere e una diversa regolamentazione), ma un mercato, al limite dei regolamenti, che porta le società a lavorare verso il basso, assicurando un valore economico/sportivo anche in presenza di atleti meno competitivi.

Costo di accesso alla pratica – Come qualche commentatore ha già sottolineato, prima si giocava (a pallone, basket, pallavolo) gratis. Se capitavi in una buona società ti davano anche il completo. Adesso si paga, sempre. I costi variano; non è questa la sede di analizzare tale aspetto. Quello che invece è a nostro avviso indicativo riguarda la riduzione degli spazi dedicati al gioco libero, senza alcun vincolo e senza alcun costo. La strada, la scuola, gli oratori, non permettono più di giocare liberamente. Si fa soltanto nelle ore dedicate allo sport (2, 3, 4.. volte alla settimana, per 1, 2, 3 ore…). Il gioco/sport non è più praticato. Questo è evidente nella scuola. La generazione degli anni 60/70 è cresciuta giocando a pallone (ma anche basket o pallavolo) durante la ricreazione, nell’intervallo dopo pranzo del tempo pieno, prima dei cambi dei professori. Adesso è tutto vietato. Se volete passare il tempo, portatevi il monopoli..sic!

Mancanza di fiducia verso i giovani e sistema bloccato – E’ il limite culturale del nostro Paese. Sei giovane fino a 50 anni (poi diventi improvvisamente vecchio e superato). Non si da fiducia ai giovani, nello sport come nel lavoro. La frase più sentita dai tecnici di ogni disciplina è “dobbiamo preservarlo e farlo crescere con calma“. E’ una stupidaggine. I giovani vanno buttati nella mischia il prima possibile.

Dal punto di vista atletico a 19 anni si sa già se siamo in presenza di un campione; a 24 bisogna avere un carriera alle spalle. Quattro anni fa la Nazionale U21 giocò lo spareggio con la Svezia per andare ai Mondiali di categoria. Vincemmo 3-2 nella partita di ritorno in casa degli svedesi e passammo. In quella squadra c’erano Immobile, Insigne, Florenzi.. gli altri ragazzi di quel gruppo che fine hanno fatto? Stiamo ancora aspettando che “maturino”.

Luka Dončić, il talento che ha trascinato al Slovenia al titolo Europeo di basket, ha 18 anni e da due anni gioca nel Real Madrid. La formazione slovena ha un’età media di 22 anni. Noi siamo ancora in attesa che maturi Gentile!

Il sistema è bloccato da brontosauri che non vogliono lasciare il campo. Anche in questo Ventura e Tavecchio sono la metafora più aderente del nostro Paese.

Antonio Ungaro

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