Johan Cruyff e una rivoluzione non ancora completa

Se n'è andato il giocatore più forte di sempre, per il suo modo di intendere il calcio e lo sport in un mondo che ancora non l'ha capito pienamente.

Johan Cruyff e una rivoluzione non ancora completa

Ho provato a raccontare a mio figlio di nove anni, entusiasta della pulce Messi, chi è stato Johan Cruyff, il più grande. “Come, papà, non avevi detto che il più grande è stato Maradona?

Ho provato a spiegargli chi, e soprattutto, cos’è stato Cruyff per il calcio e lo sport mondiale. Partendo dal linguaggio dei giovani: youtube. “Ma era alto e usa tutti e due i piedi!” ha esclamato Leo (mio figlio) guardando le prime evoluzioni del genio che si è spento ieri a Barcellona; segnando così un elemento distintivo della sua eccezionale straordinarietà. Infatti per i piccoli, cresciuti a pane e Messi, mostrare le imprese di Maradona non è altro che mostrare un giocatore simile al loro beniamino che fa le cose meglio e con maggiore ispirazione. Ma pur sempre il modello di giocatore brevilineo, con le leve corte e il baricentro basso, in grado di arrivare con la palla sino a dentro la porta.

Cruyff anche in questo è stato, suo malgrado, un rivoluzionario: alto, longilineo e ambidestro. E mentre guardavo con mio figlio gli high lights mi sono reso conto che “il gol più bello del mondo”, come è stato definito quello realizzato da Maradona contro l’Inghilterra ai mondiali, avrebbe potuto segnarlo 10 volte Johan, se non fosse stato, anche in questo, un rivoluzionario. Perché per raccontare cos’è stato Cruyff per la storia dello sport mondiale non trovo altro termine.

Rivoluzionario, intanto, perché è stato l’unico calciatore in grado di uscire dall’ambito ristretto (anche se molto allargato) del calcio e spaziare nella storia dello sport e della cultura mondiale. Un po’ il destino di Muhammad Alì, Jessie Owens e, forse, Michael Jordan. Una delle sue frasi, tra le tante a lui riferite, rende bene cosa sia lo sport (e la vita): “Se non tiri non segni”.

Anche la libertà imposta al mondo sportivo dalla sua Arancia Meccanica è diventata il paradigma dello sportivo globale, per certi versi ancora non perfettamente emulata: la libertà di portare le compagne/compagni (mogli, mariti, fidanzate/i) in ritiro, la libertà di accendersi la sigaretta prima di un incontro, la libertà di stupire il mondo, ché, alla fine, è più importante l’illusione di “poterlo fare” piuttosto che il “farlo” veramente. Così davanti alla porta, dopo un dribbling “alla Maradona” (anzi meglio…) Johan sceglie di passare la palla al compagno più vicino. Il goal, come la vittoria, diventa un fatto accessorio, sarà forse per questo che la sua splendida creatura, la Nazionale Orange che nel 1974 aveva stupito il mondo con il calcio totale, non vincerà mai un mondiale.

Cruyff è stato un rivoluzionario perché ha trasportato nello sport la società e condizionato la società con il suo modello di sport. Negli anni della contestazione e della rivoluzione culturale, ha mostrato che un altro modo di emergere è possibile, fuori dagli schemi. Non è un caso che la sua vita si è spesa (e spenta) nella sua seconda città, a Barcellona, nella quale aveva scelto di andare dopo aver gettato solide basi per la rivoluzione arancione all’Ajax. Si dice che scelse la Catalogna per non confondersi con la Spagna di Franco (morto due anni dopo il suo arrivo). Non avrebbe potuto essere diversamente. Solo la Catalogna, terra di anarchici e combattenti, poteva tributare il giusto riconoscimento ad un anarchico ed esteta del pallone che, per ironia della sorte, è stato in grado di codificare la formula del successo, lasciando in eredità quel sistema di gioco che, con lui in campo, era interpretato senza spartito.

Se Pelè è stato il più grande interprete di un calcio classico, in cui i giocatori si presentavano in campo con la numerazione dall’1 all’11, se Maradona il genio e sregolatezza in grado di trascinare un intero popolo ai vertici assoluti, Cruyff è stato il genio che ha riscritto il Sistema sportivo mondiale. A cominciare dall’elemento scaramantico-religioso, che ancora imprigiona campioni di tutte le discipline. “In Spagna quando si entra in campo 22 giocatori si fanno il segno della croce. Se funzionasse le partite dovrebbero terminare in parità..”. Ancora oggi gli sportivi prima di ogni prova, si affidano al proprio credo, in uno spettacolo medioevale di superstizione. In questo (ma non solo) la sua rivoluzione è rimasta ancora incompleta, nello sport e nella società.

Difficile spiegare tutte queste cose a mio figlio, un ragazzetto di 9 anni che, guardando le sue azioni ad un certo punto, al termine di un dribbling mozzafiato, mi chiede: “perché non tira?”; e gli ho risparmiato il famoso rigore a due…

Anche su questo vale spendere qualche parola. Recentemente è tornato alla ribalta con quello tirato da Messi. Le differenze, tecniche e culturali, sono enormi. Nel penalty segnato da Suarez, infatti, Messi passa il pallone, come lui stesso ha dichiarato alla fine, a Neymar. Il “cannibale” invece, affamato di gol, anticipa il compagno e insacca. Gesto di estremo egoismo, come del resto ancora oggi si richiede ad un bomber di livello.

Nel caso del penalty del 1982, Johan passa la palla a Olsen, il quale a sua volta, dopo aver puntato il portiere, ripassa a Cruyff, che segna. Così, alla fine, quella che doveva essere una citazione diventa una mortificazione dell’originale. Nel caso del rigore di Messi, infatti, resta l’estremo egoismo di Suarez e l’arroganza del Barcellona, nell’originale di Cruyff invece si legge esaltazione del collettivo e la volontà di rompere gli schemi.

Per questo credo che non siamo ancora maturi per comprendere pienamente la grandezza di Johan Cryff, scomparso il 24 marzo 2016 a Barcellona per un tumore ai polmoni. Il più grande di tutti. Chissà se Leonardo, con l’età capirà.

Antonio Ungaro

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