Jonah Lomu, una vita di corsa

La sua storia ha tutti gli ingredienti del mito: un’infanzia difficile, una forza straripante, un’immagine distinguibile, una fine prematura

Jonah Lomu, una vita di corsa

Raccontare Jonah Lomu è facile, come facile era per lui saltare avversari e andare in meta. Facile perché la sua storia ha tutti gli ingredienti del mito: un’infanzia difficile, una forza straripante, un’immagine distinguibile, una fine prematura. Elementi che possiamo trovare (uno solo, alcuni o tutti insieme) anche in altre grandi icone del secolo, da James Dean a Elvis Presley, da Marco Pantani a Diego Maradona, ma la carrellata di eterni è talmente lunga che non vale la pena neanche accennarla. Però mettendoli insieme come un puzzle si capisce per quale motivo Jonah Lomu è il primo (e per ora unico) giocatore di rugby che ha travalicato i confini della palla ovale per colpire il cuore di un pubblico molto più vasto. Anche in presenza di risultati sportivi oggettivamente meno importanti di tanti altri giocatori.

Jonah Lomu era leggenda già prima della sua scomparsa prematura ed ha attraverso la storia del rugby con la stessa velocità con la quale percorreva i campi.

INFANZIA DIFFICILE – Il 30 gennaio del 2009 si è svolto a Mangere, quartiere periferico di Auckland, il funerale di Halatau Naitoko, 17 enne di origini togane ucciso dalla polizia per sbaglio durante un conflitto a fuoco. Oltre 1000 i partecipanti alla cerimonia, che si è aperta con l’haka e che ha commosso l’intera comunità. Halatau, benché giovane, aveva già una figlia di 2 anni e lavorava come corriere. Stava cercando di “farcela”, di non cedere alla miseria e alla violenza di quel quartiere. Il proiettile sparato dal poliziotto ha interrotto questo sogno.

Potevano finire nello stesso modo la vita e i sogni di Siona Tali Lomu, nato da quelle parti il 12 maggio del 1975, quarto genito di Semisi e Hepi Lomu. I biografi, a cominciare dal bravo Pastonesi, raccontano di un’infanzia contrassegnata dalla violenza. Lui stesso, nella sua autobiografia, ricorda di aver assistito alla decapitazione dello zio: “la nostra vita era una lotta tra bande tongane e samoane…” Altro che rugby, in gioco c’era la pelle. La storia di Siona (che diventa Giona – Jonah, nella scuola conservatrice a cui viene affidato per sottrarlo alla strada) però non è solo di violenza per strada, ma anche a casa. Il padre lo picchiava spesso e questo gli ha fatto sviluppare una forte avversione al potere costituito. Ma Jonah ha un animo nobile e, come tutti i giganti, buono. Non poterà mai con sé i segni psicologici della violenza subita, trasformandola sui campi da rugby in energia positiva.

In questi giorni a Mangere si piange. La scuola che frequentava Jonah gli ha dedicato l’immancabile haka. I vecchi professori ricordano il ragazzo che passò sui quei campi. I vicini e la chiesa locale si sono chiusi in silenzio, in attesa di poterlo salutare per l’ultima volta. E’ scomparso l’unico simbolo di speranza per i ragazzi di Mangere; un benefattore della comunità, che non l’ha mai abbandonata e che ha continuato ad aiutare fino all’ultimo.

UNA FORZA STRARIPANTE – Il talento sportivo di Jonah non è mai stato messo in discussione. Molti commentatori si sono affrettati a ricordare – e per questo forse sarà anche vero – che ha rappresentato il primo giocatore moderno (universale) del rugby. Ma è un vecchio trucco dialettico; lo stesso che nel rugby ha portato alla nascita del mito degli All Blacks prima ancora che arrivasse Giona. Ricordate la storiella degli all backs, trasformati dal dimafonista distratto in all blacks? Infondo non era che la definizione di una squadra in cui tutti correvano come tre quarti.

Ma Jonah Lomu è stato veramente una potenza della natura. A 14 anni era già alto 185 cm e pesava 95 kg. Nel periodo di massima forma: 196 cm per 120 kg. Un trequarti che poteva anche giocare pilone, ma con la velocità di un’ala. Andando controcorrente diciamo che dal punto di vista tecnico Lomu è il primo giocatore moderno perché porta alla massima esasperazione le qualità proprie di uno specifico ruolo: se sei un centro che corre veloce e pesi come un toro nessuno è in grado di fermarti. Ed infatti… chiedete all’Inghilterra. La quale sembra la vittima sacrificale non solo del gigante di Mangere, ma di tutti i talenti sportivi che vogliono scrivere la storia di uno sport con una singola azione. Maradona come Lomu. Guardate i filmati su youtube e poi diteci se non è vero.

UN’IMMAGINE BEN DISTINGUIBILE – La sua stazza fisica, le sue cosce possenti, il suo correre con falcate degne del miglior Bolt poco avrebbero potuto se non fossero associate ad un’immagine ben distinguibile che nel tempo è diventata un’icona. La corsa con il pallone sotto braccio e la pelata stanno allo sport mondiale come la schiacciata (e pelata) di Michael Jordan. Quando è apparso sulla scena mondiale, a 19 anni e pochi giorni (il più giovane di sempre ad esordire come All Blacks) Giona ha colpito la fantasia di fotografi, vignettisti, pubblico e bambini. Se piaci ai bambini hai vinto la tua battaglia contro l’anonimato. E Jonah è piaciuto subito tanto, ai bambini di tutte l’età, al punto da essere ricoperto d’oro dalla Sony per un gioco della play, mentre l’Adidas gli staccò un assegno di 10 milioni di dollari nel tentativo di trovare un’icona da contrapporre proprio a MJ e alla concorrente Nike. Perché questo sia potuto accadere?

Basta guardare una delle tante foto del suo volto, con la pelata e il ciuffo, per capire che quel volto di ragazzo/atleta aveva con sé solo messaggi positivi. Giona aveva archiviato in qualche angolo recondito del suo cuore le violenze subite, senza che queste potessero intaccare la sua forza e nobiltà. La sua storia personale e sportiva, poi, ha contribuito a costruire un mito neanche minimante scalfito dalla sconfitta in finale contro i Boks nel 1995, in un mondiale giocato già minato dal fisico e da un avvelenamento (pare) misterioso. E’ il tributo, in questo caso, che si meritano solo pochi grandi, anche se perdenti, come Ettore contro Achille, anche se la parte di quest’ultimo meglio si adattava, fino al 1995, al giovane Giona.

LA SALUTE E LA FINE PREMATURA – Quando nel 1995 scopre di essere ammalato Lomu è nel pieno fulgore della propria forza esplosiva. Il mondo l’avrebbe saputo qualche anno dopo, tra mezze verità, chiacchiericci da bar e qualche esagerazione. In un’intervista Giona dichiara che ha sempre sofferto di insufficienza renale e che l’ha tenuta nascosta per giocare a rugby e entrare tra gli All Blacks.
Per il sottoscritto (per quello che vale) la notizia delle sofferenze di Lomu, che si sono palesate nella piena gravità soltanto dopo, ebbero la stessa forza dirompente dell’ammissione da parte di Magic Johnson di essere malato di HIV. Il campione che interrompe la sua corsa per una malattia dalla quale difficilmente ne sarebbe uscito illeso colpisce il cuore degli sportivi di tutto il mondo, ben oltre le mete e la carica umana. Giona diventa, suo malgrado, il simbolo di un mondo fragile (quello dello sportivo), di un sogno spezzato, di una storia che non può finire bene. In un video che gira su internet Jonah racconta, come ha fatto anche Messi, la sua vicenda umana, la lotta contro la malattia, la forza di volontà che l’ha riportato a correre e segnare sui campi da rugby. Nel 1999 torna in Coppa del Mondo ma non ce la fa conquistare la Coppa, che sfugge ancora una volta alla Nuova Zelanda, terminata mestamente quarta. La parabola discendente è cominciata e si paleserà nel 2003, con la dialisi; nel 2004 con un trapianto di rene. Poi il rigetto nel 2011, fino alla notizia di martedì, che ha sancito la fine umana di Siona Tali Lomu e il suo ingresso definitivo nella leggenda.

Antonio Ungaro

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.