Kobe Bryant, l’eleganza di un campione eterno che amava l’Italia

Uno dei più forti giocatori di sempre, simbolo di eleganza e determinazione con un grande amore per il nostro Paese.

Kobe Bryant, l’eleganza di un campione eterno che amava l’Italia

Quello che doveva essere scritto è stato scritto; quanto si doveva sapere è stato raccontato. Questo non basta e lenire le lacrime di un mondo, quello sportivo, profondamente scosso per la scomparsa di Kobe Bryant.

“Papà, è morto Kobe!” esclama quasi piangendo mio figlio minore: 13 anni, un passato da giocatore di minibasket e un presente da rugbista. Non ha mai guardato lo sport in televisione; ama praticarne il più possibile, ma non guardarli in tv. Con tre eccezioni: Totti (più per omaggio al sottoscritto), Bolt e Kobe. Era uno dei suoi idoli. Se n’è andato, lasciandolo nello sconforto.

Arrivo al lavoro e mi accolgono i colleghi: “è morto Bryant!”. Come se non lo sapessi. Come se non fosse la notizia planetaria del momento, scalzando anche l’epidemia in Cina.

Lo sappiamo tutti che Black Mamba ci ha lasciati, ma continuiamo a dircelo e a ripeterlo. Come nelle peggiori tragedie, per esorcizzare il destino beffardo che si è portato via uno dei più grandi giocatori di basket della storia della NBA.

Kobe ha fatto in tempo a vedersi scalzare dal terzo gradino del podio dei giocatori con il maggior numero di punti segnati nella lega da Lebron James. Ha salutato il sorpasso a modo suo: con un sorriso, che nell’era dei social vuol dire un tweet simpatico nei confronti dell’avversario-amico.

E’ poi salito sull’elicottero che usava per spostarsi, insieme alla figlia Gianna, il pilota Ara Zobayan, John Altobelli, 56enne ex giocatore di baseball e allenatore dell’Orange Coast College, la figlia Alyssa (coetanea e compagna di squadra di Gianna Maria alla Mamba Academy) e la moglie Keri, Christina Mauser, assistente allenatrice di pallacanestro della Harbour Day School, infine Sarah e Payton Chester, mamma e figlia residenti a Orange Country come i Bryant. La nebbia, o qualche altra causa su cui ancora si indaga, hanno fatto il resto e consegnato il 24 dei Lakers alla leggenda.

“Gli eroi son tutti giovani e belli” cantava Guccini, ed è vero. Soprattutto per noi pazzi di sport e affascinati dal magico mondo della pallacanestro. Noi cresciuti nel mito dei Globetrotters quando la lega pro non esisteva, che abbiamo calcato i playground (con scarsi risultati) sulle orme di Julius Erving, che abbiamo visto all’opera il primo grande Dream Team e versato lacrime per Magic Johnson, che siamo diventati adulti con MJ e tornati bambini guardando Space Jam. Per noi Kobe e Shaq sono stati l’età della maturità, in attesa che atterrasse sul pianeta basket l’ultimo dei marziani, il prescelto LeBron. Eroi eternamente giovani, belli e sorridenti, anche quando hanno appeso le scarpe al chiodo.

Ognuno di loro con un’impresa che ha illuminato la storia di questo sport con un gesto simbolo. Di Kobe ho sempre apprezzato l’eleganza: eterna e maestosa. Inconfondibile, come un marchio di fabbrica, che si riverberava nella sua passione per l’Italia.

Lo so, è stato detto, ma mi piace ricordarlo. Kobe amava il nostro Paese al punto di chiamare le sue figlie con nomi italiani; di continuare a frequentare la nostra lingua con lezioni private anche nella sua LA; di commuoversi per gli attestati di stima del nostro Paese. Questa sua passione l’ha portato a posare con la maglia azzurra qualche anno fa. Ha raccontato quello che poteva sembrare scherzosamente un sogno Marco Luzi in questo articolo: “Breve cronaca di un sogno“.

Ci ricorda Modugno che i sogni svaniscono all’alba, quando la luna tramonta e sorge il sole. I sogni belli, poi, finiscono sempre troppo presto. Come la vita di Kobe Bryant, un campione che avrebbe potuto dare ancora tanto al mondo dello sport e al basket, anche quello italiano, visto i propositi di camp da realizzare a Roma con la FIP.

La canzone citata è uno dei simboli dell’Italia nel mondo, “Volare”, forse quella che più si adatta ad un campione di basket.. forse Kobe avrebbe apprezzato.

Antonio Ungaro

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