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La Liberazione del 25 aprile: una cruenta e sobria lotta tra democrazia e fascismo

Il 25 aprile 1945 fu un momento necessario e sufficiente per riscattare il nostro Paese dall’infamia della dittatura e dell’entrata in guerra come paese aggressore.

Il 25 aprile del 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclama l’insurrezione generale nei territori del Nord ancora occupati da nazi-fascisti, ovvero dalle truppe tedesche coadiuvate dai fascisti repubblichini. In poco meno di una settimana, in tempo per il 1 maggio, vengono liberate tutte le maggiori città del settentrione: Milano, Genova, Venezia. Il 29 aprile a piazzale Loreto sono esposti i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri esponenti della Repubblica Sociale. L’episodio, insieme alla Resa di Caserta, siglata lo stesso giorno, segna la fine della guerra, dell’occupazione nazista e del ventennio di dittatura.

L’ANPI ricorda che la guerra di Liberazione ha avuto un bilancio di circa 40.000 partigiani e circa 3.000 militari dell’esercito morti. Altre fonti (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito) riportano che i partigiani caduti furono più di 54mila: 17.488 militari e 37.288 civili.

La Liberazione, che si festeggia oggi nell’ottantesimo anno, non fu sobria nell’accezione comune del termine. Fu, però, sicuramente sobria etimologicamente parlando: contenuta entro i limiti del necessario o del sufficiente. Fu infatti un momento necessario e sufficiente per riscattare il nostro Paese dall’infamia della dittatura (dal punto di vista interno) e dell’entrata in guerra come paese aggressore (dal punto di vista dei rapporti internazionali). Quei giorni, quei morti, quei lutti furono il riscatto di una parte dell’Italia che ha poi permesso al tutto il Paese di sedersi con pari dignità nel consesso civile negli anni a seguire. Una Italia ha vinto ed una, invece, ha perso.

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All’esame di storiografia sulla Rivoluzione francese (parliamo ormai di oltre 30 anni fa), il professore mi chiese: “Quando è finita veramente la Rivoluzione francese?”. La risposta non era sui libri, ragionai un po’, poi: “Nel 1870 quando Adolphe Thiers in Francia dopo la sconfitta durante la nascita della Terza Repubblica affermò: la repubblica sarà conservatrice o non sarà“. Presi anche la lode!

Il significato di quella risposta era che l’eredità repubblicana della Rivoluzione francese venne fatta propria dal conservatorismo francese, fino ad allora nemico giurato della stessa, quasi cento anni dopo. Solo allora si potè dire che la Rivoluzione aveva smesso di diventare un’affare di parte per rappresentare un patrimonio comune di un’intera nazione.

Analogamente credo che la Liberazione in Italia, che si è concretizzata in una cruenta e ‘sobria’ (ovvero entro i limiti necessari e sufficienti) lotta tra un’Italia democratica contro un’Italia fascista, si potrà dire pienamente conclusa quando anche gli sconfitti (che restano tali) accetteranno i principi fondanti della parte vincitrice e sentirà il desiderio, se non addirittura la necessità, di festeggiare quei giorni.

Mi sembra che ancora non siamo a questo punto. Cosa c’entra questo con lo sport valutatelo voi.

Buona Festa della Liberazione a tutti!

Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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