Una Sanremo così non la vedremo mai più. Forse. O Forse ne vedremo altre ancor più belle. Ma ciò che è successo ieri tra Cipressa, Poggio e via Roma però non è stato solo lo spettacolo formidabile, potente ed emozionate di tre fuoriclasse assoluti, di tre mondi a sè, di tre campioni di un ciclismo moderno che sta, di corsa in corsa, sgretolando l’immagine ( e i luoghi comuni) di uno sport che nell’ultimo lustro è diventato senza che, molti se ne siano accorti, un ciclismo 3.0. La Sanremo incredibile di ieri disegna la prospettiva di un altro ciclismo e forse pure una nuova idea di sport.
C’era una volta il ciclismo dei duelli tra Bartali e Coppi, tra Moser e Saronni, tra Basso e Simoni, tanto per rimanere in casa nostra e quel ciclismo da ieri non c’è più. Morto e sepolto. Cambiano i tempi, cambiano i protagonisti cambia anche la cultura di uno sport che, al di là del valore indiscusso dei campioni di ogni epoca che non si discutono, ci consegnavano un tempo sfide epiche e irripetibili ma farcite di liti, di dispetti, ripicche, tattiche. “Il bello del ciclismo è la rivalità, i grandi dualismi…” ci siamo sentiti ripetere nel tempo. Così è stato e così non è più, quantomeno non lo è nello spirito più intimo di un sport che resta sfida e duello ma che ha cambiato le regole d’ingaggio.
Facciamo qualche esempio. Ieri dopo la meraviglia di un “battaglia” forsennata lanciata da Pogacar e compagni sulla Cipressa, continuata sul Poggio con Van der Poel che trova addirittura la forza di rilanciare e con Ganna che rientra una, due tre volte i tre si sono ritrovati seduti uno in fianco all’altro prima della premiazione. Gioia, rammarico, delusione, stanchezza si leggeva tutto sui volti ma non la rabbia, non l’acredine. Un caso? Può darsi. Ma non capita spesso negli ultimi anni di assistere alle liti furibonde che sono state il “sale ” di tanti Processi di tappa. E si potrebbe continuare. Da Vingegaard che aspetta Pogacar al Tour dopo una caduta e la stretta di mano tra i due, allo sloveno che un paio di settimane fa alle Strade Bianche passa una borraccia del suo rifornimento a Pidcock che è rimasto senza. Da Van Aert che qualche anno fa alla Gand Wevelgem cede la vittoria al suo gregario Laporte a Pogacar che raggiunge al Giro sul Grappa il nostro Pellizzari e prima di superarlo per andare a vincere lo incita dicendogli “dai andiamo…”.
Benvenuti nel ciclismo delle grandi imprese e delle buone maniere. Che sembra un ciclismo che qualche detrattore definisce finto e poco credibile ma che in realtà è un ciclismo nuovo e moderno che si toglie di dosso un po’ polvere e di ruggine e che rilancia un’immagine più giovane e più fresca di uno sport di fatica che prima era solo “epico” e ora sta anche diventando “figo”. Vince il migliore, vince il più forte come sempre accade in questo sport che non ammette scuse. Ma est modus in rebus. La Milano Sanremo ha svelato a chi non se n’era ancora accorto che vincere o perdere a volte non conta. O non conta più come un tempo. Ciò che hanno mostrato al mondo Van der Poel, Pogacar e Ganna in uno dei pomeriggi più esaltanti che la storia del ciclismo ricordi e ricorderà è che al traguardo a volte arriva primo anche chi non vince.

