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Euro 2020: c’è una morale nel successo dell’Italia?

Del nostro successo hanno gioito spagnoli, francesi e danesi e l'hanno fatto non solo per una questione sportiva. La brexit brucia soprattutto all'Europa e l'arrogante Johnson è antipatico alle cancellerie di mezza Europa.

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Italia Euro 2020

Sono passate appena 24 ore dalla finale che ha visto l’Italia vincere Euro 2020. Scrivo dopo aver fagocitato, come un qualsiasi tifoso quale sono, tutto quello che ho trovato scritto, sui giornali e sul web.

Siamo stati travolti da ondate sempre più gonfie di retorica, mai come in queste occasioni capaci di generare uno tsunami di parole che spesso rendono l’effetto opposto: invece di stimolare riflessioni generano repulsione. Tralascio l’elenco dei luoghi comuni ampiamente utilizzati in queste ore, dalla rinascita del Paese allo sport che unisce.

Dal punto di vista tecnico non è mia capacità fare un’analisi approfondita del successo del gruppo di Mancini. Ho le mie idee, come il resto dei 50 milioni di ct, ma non sto qui a raccontarle, perché alla fine penso non potrebbero arricchire molto quanto già (tanto) detto.

Però sul significato di questa vittoria provo a sottolineare un aspetto meno ricordato.

L’Italia del Mancio, dal punto di vista di significati profondi, è incespicata sulla storia di inginocchiarsi o meno. Neanche una settimana fa un po’ tutti abbiamo stigmatizzato la scelta gesuitica della nostra Nazionale (e della Federazione) di farlo solo per rispetto alla squadra che si trovava di fronte (qui).

In Italia, diceva Flaiano, siamo sempre pronti a correre in aiuto dei vincitori. Abbiamo vinto; nessuno, tra tv, radio e giornali, si sogna di risollevare la questione.

Dopo la vittoria abbiamo rispolverato sentimenti ottocenteschi, legati al concetto di Patria e Tricolore; ci siamo offesi per i fischi al nostro inno, dimenticandoci all’improvviso che fino a pochi mesi fa una parte dell’Italia lo esaltava e l’altra lo osteggiava. Abbiamo parlato di “Italia al centro dell’Europa”, di “orgoglio di essere italiani”, qualcuno ha detto “per tutti quelli che non ce l’hanno fatta, per chi è rimasto solo, per chi ha sofferto…” come se questo bastasse a cancellare quei lutti e quelle sofferenze. Non ho sentito, però, una-parola-una sull’Europa.

Eppure il Continente alla fine ha tifato per noi, perché contrapposti all’Inghilterra che, detto per inciso, continua a giocare un Europeo nonostante la brexit (poi un giorno ci spiegheranno perché). Del nostro successo hanno gioito spagnoli, francesi e danesi (si anche loro, quelli che non volevano il recovery fund), scozzesi, irlandesi e gallesi (pensa un po’!). E l’hanno fatto non solo per una questione sportiva. La brexit brucia soprattutto all’Europa e l’arrogante Johnson è antipatico alle cancellerie di mezza Europa. Ebbene di tutto questo, alla fine della partita, non v’è traccia.

Il capitano del Sud Africa del rugby nel 1995, François Pienaar, dopo la vittoria mondiale alla domanda “Avete finto grazie al supporto di 60.000 spettatori, sedicesimo giocatore in campo” rispose “no abbiamo vinto grazie al supporto di 60 milioni di persone, un intero Paese che ci ha accompagnato” allargando la prospettiva e dando un respiro più ampio al significato di un successo.

Mi sarebbe piaciuto che l’avessero fatto anche Mancio e la sua banda di ragazzi irresistibili affermando: “Non abbiamo vinto grazie al supporto dell’Italia, ma grazie all’amore e alla simpatia di oltre 300 milioni di persone”. Mi piace ricordare che capitan Chiellini ci è andato vicino, con una dichiarazione che nessuno ha sottolineato e che invece meriterebbe, questa si, di restare nella storia ed essere scritta sulla Coppa.

Parlando del suo rapporto con Bonucci ha detto: “Io e Leo siamo profondamente diversi, ma per andare d’accordo bisogna apprezzare ed accettare le differenze. Questa Nazionale è così. Ci sono quelli che scherzano sempre e quelli più permalosi. Ci accettiamo per quello che siamo e cerchiamo di far diventare questa diversità una ricchezza…”.

Questo è il segreto del successo non solo della Nazionale di Mancini, ma di una qualsiasi comunità di persone, che sia un semplice rapporto di coppia o un’intero continente. Ed anche il motivo per il quale l’Inghilterra è uscita dall’Europa: non ha accettato le differenze e si è rinchiusa in se stessa, convinta che la diversità non sia una ricchezza ma un ostacolo. Non è un caso che ha perso Euro 2020, ed anche l’appuntamento con la storia.

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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