EditorialiLaureus Awards 2026: poco Mandela, troppo red carpet

Laureus Awards 2026: poco Mandela, troppo red carpet

Laureus Awards 2026

Mi lascia perplesso l’edizione 2026 dei Laureus Awards che molti definiscono gli Oscar dello Sport. Ho l’impressione che, proprio come gli Oscar, alla fine questo premio, nato con la non semplice ambizione di ricordare quello che Mandela diceva, ovvero che lo sport “ha il potere di cambiare il mondo”, sia diventato soprattutto una passerella vip in cui conta soprattutto essere seduto al tavolo degli ospiti più che esprimere valori.

Se, infatti, il criterio di assegnazione dei premi è quello di valorizzare atleti che in qualche modo abbiano avuto un impatto sulla realtà tale da indicare un cambiamento di rotta, riesce difficile credere che questo l’abbiano fatto i pur bravi Carlos Alcaraz e Aryna Sabalenka.

Quest’ultima suo malgrado, si è trovata coinvolta in situazioni spiacevoli per ogni sportivo quando Marta Kostyuk ed Elina Svitolina si sono, in diverse occasioni, rifiutate di stringerle la mano. Aryna da questo punto di vista si è sempre comportata nel modo corretto, non giudicando mai la scelta delle avversarie, ma non è riuscita di un millimetro a far cambiare idea alle sue avversarie.

Alcaraz, da parte sua, la “lezione di Mandela” l’ha imparata nei confronti di Jannik Sinner. I due infatti si scambiano sempre messaggi di amorosi sensi, mandando in cantiere la velenosità che ha fatto parte dei grandi duelli del passato. Poca cosa, però, rispetto al messaggio politico e sociale del grande timoniere sudafricano.

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Mi sarebbe piaciuto vedere tra i premiati, per esempio, qualche atleta che si sia espresso contro le tante guerre che stanno minando il vivere civile. In questi mesi, per esempio, figure di primo piano come Lewis Hamilton, Mohamed Salah e Ons Jabeur hanno scelto di esporsi pubblicamente sul dramma delle guerre in Medio Oriente, invocando tutela dei civili, aiuti umanitari e responsabilità internazionale.

Se invece il criterio dei premi, con il passare degli anni, si è trasformato nel riconoscimento al più forte, non comprendo come si possano premiare Alcaraz e non Tadej Pogačar che, rispetto al murciano, è già un GOAT (Great of all Time) con i due mondiali vinti, i 3 Tour, il Giro e le 11 monumento.

Mi sembra che questi premi siano diventati l’opposto della percezione che Mandela aveva dello sport. Premiando solo i campioni miliardari del tennis, del calcio e del golf, infatti, ci si è omologati al mainstream e si è offerto uno spettacolo simile a quello degli Oscar, appunto, fatto di paillette, smoking, brilluccichii e vipperia varia, perdendo però il significato vero del messaggio iniziale.

Chissà Madiba come si sarebbe trovato ieri a Madrid circondato da tanto lusso.

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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