Se c’è un uomo che può portare appeso al collo il cartellino “SFIDE” è Francesco Moser. Lo sanno bene i vertici di Confindustria Alessandria che hanno deciso di intitolare così i lavori della loro Assemblea – oggi, a Palazzo del Monferrato, sede del Museo Alessandria Città delle Biciclette – i quali hanno inserito nel programma un talk pubblico che prevede una intervista a Francesco Moser.

Possiamo anche anticiparvi qui gli argomenti dell’intervista preparata per l’Assemblea, ma sappiamo bene che l’ordine sarà assolutamente sconvolto dalla personalità (bella e carismatica oltreché indomabile) di Moserissimo. E dunque si potrà raccontare solo a posteriori, nel mentre, pubblichiamo su Sport24h.it l’articolo che viene pubblicato contestualmente sulla rivista di Confindustria Alessandria. Con un ritratto del campione-uomo-imprenditore, che è raffigurato anche in questa l’illustrazione (realizzata da Giorgio Annone) che appare sulla Casa del Mutilato che Confindustria Alessandria sta recuperando per restituirla alla cittadinanza (e farne la sua prossima sede).

FRANCESCO MOSER è uno dei più grandi campioni di sempre del ciclismo professionistico italiano e mondiale. Nato a Palù di Giovo (Trento) il 19 giugno 1951, passa professionista nel 1973. Con 273 vittorie su strada è il corridore italiano con maggior numero di successi all’attivo (3° nella classifica mondiale dopo Eddy Merckx e Rik Van Looy). Soprannominato “Lo Sceriffo”, per le sue qualità di leader, nel 1977 diventa Campione del Mondo a San Cristobal in Venezuela; tra 1978 e il 1980 colleziona 3 vittorie consecutive alla Parigi-Roubaix; nel 1984 si aggiudica Giro d’Italia, Milano-Sanremo e Record dell’ora a Città del Messico, oltre a 2 Giri di Lombardia (1975 e 1978).
Nel 2024 sono ricorsi i 40 anni dal suo successo al Giro d’Italia e dal suo strepitoso record dell’ora segnato due volte nello spazio di poche ore a Città del Messico, un record epocale che ha segnato la storia e l’inizio del ciclismo moderno. Grazie al suo successo nel 1984, Moser entra nella Hall of Fame del Giro d’Italia quando, con una trionfale cronometro – conclusasi dentro l’Arena di Verona – strappa la maglia rosa proprio all’ultima tappa, a Laurent Fignon, grande campione e uomo, morto prematuramente per un tumore.

Moser scrive di Coppi – È l’unico campione del ciclismo insieme a Fausto Coppi ad avere conquistato l’iride su pista e su strada. Di Fausto Coppi proprio Moser scrive sulle pagine del libro in uscita il 4 luglio (correte in libreria e su Amazon!), edito DFG Lab, Fausto, Il mio Fausto, Storia di un amore in salita nel diario della moglie Bruna: Fausto Coppi è un pellegrinaggio del cuore, è Castellania, dove si va a dire una preghiera al suo Mausoleo. Un rito da sempre per me. Per noi Moser. La prima volta ci andai con mia mamma Cecilia e Ginetto Cimurri, il suo massaggiatore. E mi commuovo al pensiero. Coppi è la nostra storia, è l’inizio di un mondo, di un ciclismo romantico, è il nome della scuola di ciclismo su pista, al Vigorelli, la mia scuola di Milano. Come lui ho vinto Mondiale su Strada e su Pista e questo è per me un motivo di orgoglio in più. Coppi è però soprattutto i ricordi di Aldo, mio fratello, che correva come successore di Bartali, contro l’ultimo Fausto Coppi, in fuga sul Ghisallo insieme. Al Giro di Lombardia, alla Milano-Torino. Coppi è la storia del record, della sua velocità impressionante per l’epoca, ed era il 1942. Coppi è il mito, non solo del ciclismo, ma della storia del nostro Paese. Ispirazione. Anche se, forse, oggi i bambini non lo sanno più. E forse è bene raccontarglielo.

CON LUI TUTTO SA DI SFIDA – Quando ha iniziato a correre. Che nonna Cecilia non voleva. “Due braccia in meno in famiglia”. Quando ha conquistato le folle, la strada, i chilometri, cercando e studiando successi, uno dopo l’altro. Quando ha iniziato a contare, fra i più vincenti uomini di sport al mondo, quando ha detto siamo quasi alla fine ma ci sono ancora due o tre cose da sistemare: un record dell’ora, una Milano-Sanremo, un Giro d’Italia…. 1984. Quando ha smesso di pedalare e ha fatto sì che le radici delle vigne fossero foriere di un progetto aziendale e imprenditoriale di futuro. Oggi nelle mani del figlio Carlo e del nipote enologo Matteo. Quando nella vigna ci entra, in bicicletta, e cavalca una egravel che ha voluto battezzare lui, altra impresa di successo, una innovativa linea e-bike «a tre ruote»: «Un’innovazione che è salute e divertimento». Insomma, se vuoi prendere la parola SFIDA e farla diventare Uomo, quell’uomo è Francesco Moser.
Essere vincenti è una questione di dna, e il suo lo è di certo basta dare un’occhiata allargatissima alla famiglia, ma ci vuole anche carisma. E lui lo ha. Da vendere. Non a caso, che gli piaccia o no, proprio come gli piaccia o no a Eddy Merckx che sia chiamato cannibale, Moser è per tutti e lo sarà per sempre lo Sceriffo. Uno che se si mette in testa una cosa non la tradisce mai. Costi quel che costi. O quasi. Se cede, ma solo per le cose futili, ti fa un sorriso che finisce veloce in niente, perché resta sempre della sua idea.
Probabile che sia questo il suo vero segreto, il segreto di un uomo che vince. Le sfide. Che sia nella vita, nello sport o negli affari, è sempre una sfida. Banale e lampante. Così, con questa semplice constatazione ci presentò il suo ultimo successo, quando Moser lanciò la sua e-bike «a tre ruote»: «Un’innovazione che è salute e divertimento», disse per tagliare corto. Il modello studiato dallo «Sceriffo» e prodotto da Fantic Motor ha questa caratteristica che resta unica e distintiva, come lui: tre minuti per cambiare assetto e decidere quanta fatica fare. «La salita del Bondone non è per tutti. Con queste bici sì».

È stato il primo grande campione, insieme a Maria Canins, guarda caso provengono quasi dalle stesse montagne, a sdoganare con semplicità le biciclette elettriche per sport per attività per divertimento. «Non puoi mica andare in bici tutta la vita e fare certe fatiche. Non puoi pensare di mettere sempre a dura prova il tuo fisico. – diceva Moser alla presentazione del suo mezzo moderno – Non è giusto. Non è una questione di volerlo fare, è una questione di poter decidere di risparmiare il tuo fisico». La bicicletta è anche piacere, movimento, scoperta, è visita, è pedalare con altri, è salita e poi discesa.
Ci ricordiamo precisamente il momento scelto per questa verità: una mattina gelida a Milano City Life, al ventisettesimo piano, primi di marzo del 2022, guardando giù il “suo” Vigorelli, Francesco Moserci spiegava che questa era la nuova bicicletta, con la naturale e assoluta leggerezza dell’innovatore, di chi ha pedalato in lungo e in largo per il mondo e a 70 anni aveva deciso di cambiare. Anche la sua bicicletta.
In quindici anni di carriera da professionista ha vinto 273 corse, è il ciclista italiano con il maggior numero di successi. È il secondo più importante ciclista al mondo, dopo Eddy Merckx, secondo il sito specializzato ProCyclingStats ma nell’84, Moser ha battuto il record dell’ora del Cannibale e questo varrebbe il sorpasso, lo scriviamo noi. Ha vinto oltre al Giro del 1984 corse importanti che ti proiettano nell’Olimpo di filata: due Giri di Lombardia, una Freccia Vallone, una Gand-Wevelgem e una Milano-Sanremo. Per il ciclismo e per lo sport è un campione completo, totale. Ha vinto in azzurro un campionato del mondo su strada, uno su pista e uno nell’inseguimento individuale. E forse anche per questo guarda con occhi ammirati e sfidanti allo stesso tempo il campione del momento Filippo Ganna.

La sua leggerezza è da sempre futuro e innovazione. Anche nella mentalità. Lui che è sempre andato oltre ogni limite, Francesco Moser, l’uomo dei record, adesso ti insegna ad affrontare in un altro modo la fatica. La salita. La distanza. La solitudine o la compagnia. Lo fa da bastian contrario, la sua natura. Se prima era solo una vita di fatica e forza-resistenza, anche in salita, adesso all’opposto deve essere una vita agile e leggera, ecco il lancio di una sua bicicletta che è insieme elegante, potente, bella da morire, innovativa al massimo perché ti fa scegliere quanta fatica vuoi fare. E quando (anche con chi) puoi farla o meno.
Tre ruote per una bicicletta che ne vale due. Budget da 5 a 11 mila euro (dalla base alla personalizzazione estrema). Produzione Fantic bikes (gruppo Fantic Motor). Ecco una bici Moser che pesa circa 7 kg. Scegliendone una raddoppi l’aspettativa: perché con la sua bici FMoser duplichi il tuo modo di intendere la bicicletta. Con lei potrai cambiare idea come si cambia un abito e lo potrai fare in tre minuti circa, il tempo che ci vuole per sostituire una ruota e decidere di usare o no la leggerezza di un piccolo motore senza estremizzare la fatica. Piacere puro.
Mica tutti l’hanno capito e apprezzato. «Ho avuto uno scontro con un ex professionista che non concepiva il piacere di una bicicletta come questa — ci disse Moser, fedele sempre a se stesso a tutti i costi – e allora, credetemi, si sbaglia di grosso. Questa innovazione è salute, è divertimento. È comunque andare in bicicletta… Prendi il Bondone e la sua salita, da qualunque parte lo vuoi affrontare, non è per tutti. Siamo d’accordo su questo? Con queste bici nuove sì… Non è forse bello poter andare in cima insieme?».
Anche se poi alla fine lui ti staccherà, motorino o non motorino. È fatto così. Ma lui è Moser, Francesco Moser, Moserissimo, il più vincente dei campioni del ciclismo. Uno che in bicicletta ha imparato a sfidare la strada, prima per muoversi, da Palù di Giovo a Trento, per andare a scuola. Discesa e salita. Poi, per lavorare e diventare un campione. Poi ancora per superare i limiti del tempo e bucare di più l’aria: la sfida del record dell’ora, il primo uomo a correre nella storia dei record e per farlo ha proiettato il ciclismo tutto in una nuova epoca.
Nel futuro della meccanica, della preparazione, dell’alimentazione (con l’Equipe Enervit), della scienza e del tempo. Ha guardato così bene al futuro che ha corso, primo uomo a farlo con una bicicletta, oltre i cinquanta chilometri orari. Ha usato, testa, gambe e una bicicletta spaziale. Ha fissato a 51,151 il suo record di Città del Messico. Un successo epocale. Era il 1984. Ha vinto la Milano-Sanremo e Moser si emozionò non poco quando la Classica di primavera scattò pochi anni fa dal Vigorelli, dove Moser andava a… lezione e si chiamava «Scuola di ciclismo Fausto Coppi».
Moser ha vinto il Giro d’Italia nell’84 e pochi anni dopo, 1988, ha salutato il ciclismo senza smettere mai di pedalare. In un modo o nell’altro. Perché la bicicletta è la sua vita. Da sempre e in ogni modo. È sostanza e valori. In questo ordine. Anche in famiglia e fra gli amici più stretti che sono tantissimi. Senza discussioni. Stop. Partenza. Via.
Non si è mai fermato Moser, in bicicletta. Neanche adesso. Oltre i 70 non conta più gli anni. Li pedala e viaggia. Sorridente, sempre. Spesso, lo fa con la gravel nelle sue vigne, dove ha chiesto ai figli Carlo, Francesca e Ignazio, di pedalare con lui in senso fisico e metafisico, e loro, la generazione del futuro, hanno raccolto il testimone per poi andare – vincendo – in varie direzioni. La sua ultima Squadra, di famiglia, attenta al valore di un brand, ha creato un’azienda di vini pregiati con il Trentodoc 51,151, che è un’icona di successo della casa vitivinicola, oggi nelle mani sagge di Carlo, preso dal progetto di una nuova cantina.
Per Francesco Moser tutto è prototipo di vittoria. Anche il cambio ruota. «Con il cambio ruota decidi tu quanta fatica puoi e vuoi fare — spiega Moser —. Penso alla salita e agli sterrati, penso ai lunghi tragitti, ma attenzione anche alle discese che poi, bisogna pensare di insegnare alla gente ad andare in discesa. Che non è così automatico…».
Moser è un fenomeno vivente, non si discute. Ci sono i suoi successi e la sua popolarità a dimostrarlo nero su bianco (anche a colori), vedi i film sulla sua carriera e questo ultimo volume da collezione, edito Azzurra Publishing, Francesco Moser. Un uomo, una bicicletta, a cura di Beppe Conti, 10 capitoli segnati da 10 bici che hanno determinato la storia del più importante ciclista italiano. Specialissima si chiamava la Torpedo del fratello Aldo, per tutti lo Zio Aldo, una bici d’altri tempi che fece innamorare Francesco Moser del ciclismo. Per Francesco specialissima è anche la sua prima bici «Moser» ed era il 1979, in pole position per chi visita il suo Museo al Maso Warth di Gardolo, insieme con quella famosa del record dell’ora del 1984 e con tanti altri gioielli icone di fatica, polvere, resilienza sul pavé (vinse tre Parigi-Roubaix 1978, 1979 e 1980), cimeli e testimonianze di una vita di successo, davvero sostenibile come dice lui sempre scherzando ma neanche tanto.
Con Moser si vive sempre quella sostenibile leggerezza dell’innovazione. Nella sfida. Sembra tutto facile. Anche quando si parla di tecnologia applicata allo sport e alla vita: Francesco Moser ha sempre fatto la sua parte anche nella meccanica, nell’evoluzione del mezzo e dei materiali: ha sempre messo in pratica qualcosa che aveva immaginato e ha costruito con il suo team, con i suoi uomini, famiglia e squadra, progetti e telai di qualità. Ha inventato il ciclismo moderno e con questa bicicletta a tre ruote sta inventando anche quello futuro.
Crediti fotografici – Archivio Digitale Museo Ghisallo_ACDB, Luciana Rota, Oliverio/Imagoeconomica Archivio Moser, Archivio Equipe Enervit, Film Scacco al tempo.

