L’attacco è la sublimazione del gioco degli scacchi. Non vi è partita dove almeno un pezzo non viene “mangiato”. In generale le partite si concludono con l’eliminazione quasi totale dei protagonisti sulla scacchiera.

Se valesse il paragone con la guerra, si potrebbe dire che questa termina con la sopravvivenza solo di uno tra i contendenti. Non a caso il grande Garry Kasparov una volta ebbe a dichiarare: “Gli scacchi sono il gioco più violento che esista”.

La tattica basa la sua essenza proprio sull’attacco (per la distinzione tra tattica e strategia vi rimando al capitolo precedente). Siccome un attacco “si porta” (si dice così) in base alla capacità di manovra dei pezzi, credo sia giusto dedicare solo adesso attenzione a questo aspetto.

La forza di un pezzo è direttamente proporzionale alla capacità di raggiungere il maggior numero di case con una singola mossa in uno scenario ipotetico in cui il pezzo è posto al centro della scacchiera e non vi sono altri pezzi. Se proviamo anche noi, capiremo meglio per quale motivo la Donna è il pezzo più forte, segue la Torre, poi Cavallo e Alfiere e, infine, il pedone.

Scopriremmo, però, un altro elemento interessante. Per quanto riguarda l’attacco, infatti, il Cavallo ha la stessa capacità della Regina di colpire in otto direzioni diverse contemporaneamente. Da questo punto di vista, Torre e Alfiere hanno un’indole offensiva minore (solo in 4 direzioni). Altro elemento interessante riguarda il pedone che, pur procedendo per colonne, attacca su due diagonali.

Da queste considerazioni nascono tutti quegli elementi tattici che rendono la partita interessante e violenta. Ne cito alcuni, per dare un’idea (chi vuole approfondire potrà cercare tranquillamente su internet o in qualche manuale di scacchi).

Sono elementi tattici: la forchetta (pedone difeso da altro pedone che attacca contemporaneamente due pezzi), l’occhiello (l’attacco di diversi pezzi da parte del cavallo), l’infilata (l’Alfiere che attacca Re avversario e, dietro di esso, altro pezzo), l’inchiodatura (pezzo avversario attaccato che non può spostarsi perché metterebbe sotto scacco il proprio Re).

La tattica utilizza questi elementi che nascono dalle debolezze (che accadono durante la partita) nello schieramento avversario, per ottenere un vantaggio.

E’ buona pratica, generalmente, cambiare un pezzo con altro di analogo valore. Il valore è direttamente proporzionale alla forza di ogni singolo pezzo. Pertanto la Regina è quello che vale di più, segue la Torre, quindi Alfiere e Cavallo, che sono definiti “pezzi leggeri”, perché hanno una forza inferiore nella parte finale del gioco che si evince anche dal fatto che, come ho già ricordato, da soli non sono in grado di dare scacco matto.

Se questo è vero nei finali di partita, però, nelle fasi iniziali e nel centro di partita l’importanza di un Cavallo rispetto, per esempio, a quella di una Torre dipende dalla disposizione complessiva della struttura dei pedoni. Non è raro il caso, infatti, in cui giocatori di torneo sacrificano un pezzo pesante per avere a disposizione la coppia di Alfieri (micidiale se lavorano sulle lunghe diagonali) oppure il Cavallo, utile per situazioni complesse.

La tattica sfrutta tutte queste considerazioni per cogliere al volo quello che la partita offre. E’ l’occasione che si apre improvvisamente ai nostri occhi, senza attendere il lungo lavoro della strategia.

La tattica nasconde un’insidia: il risultato ottenuto immediatamente rischia di rilassarci, di allentare la tensione e abbassare la guardia. Una situazione che potrebbe portarci farci scivolare lentamente alla sconfitta.

Spesso i successi ottenuti velocemente sono anche quelli che evaporano con la stessa velocità. Per la loro stessa natura di elemento  improvviso, fulmineo, che ci appaiono come soluzione di tutti i problemi, rischiano di non farci ragionare, spingendoci in una dimensione istintiva, con tutti i rischi che questo comporta.

Intendiamoci, non intendo dire che se capita l’occasione della vita, il “biglietto vincente”, non è opportuno prenderlo al volo e sfruttarlo. Ma bisogna trattare questo successo con l’attenzione che merita. Consapevole che esso da solo non ha la certezza di portarci al successo o di uscire da una situazione difficile.

Negli scacchi (e nella vita) i problemi non si risolvono per incanto. Sono sempre frutto di situazioni complesse. L’elemento tattico deve essere utilizzato inserendolo in un contesto strategico ben definito che non perde di visto l’obiettivo finale.

Elemento interessante della tattica è che nasce sempre da una debolezza momentanea dell’avversario; debolezza momentanea, due concetti che ci suggeriscono altrettante azioni:

  • non concentrarsi soltanto sulla propria situazione, ma analizzare possibilmente con oggettività anche la condizione avversaria;
  • cogliere l’attimo, perché dopo non sarà possibile.

Legato all’attacco e alla tattica è l’elemento forse più affascinante di una partita a scacchi: la combinazione.

Stiamo entrando in un territorio filosoficamente complesso. Raymond Keen, scacchista britannico, ha detto: “La parola combinazione significa cose diverse per persone diverse”.

La combinazione è una sequenza di mosse “forzate” di entrambi i giocatori. Per mosse forzate si intendono azione e reazione obbligatorie, o per le stesse regole del gioco oppure perché le uniche in grado di ridurre il danno o rendere meno veloce la sconfitta.

Quando si entra in una combinazione, quindi, i giocatori hanno la strada segnata, un percorso inevitabile da seguire. Più la combinazione è lunga, più è esteticamente pregevole e appagante per chi è riuscito a calcolarla. E’ come riuscire a vedere nel futuro, sapendo come andrà a finire.

Anche solo intuitivamente si capisce che una combinazione richiede una lunga e profonda capacità di analisi, nel calcolare tutte le varianti. Per questo motivo prima di entrare in una di queste, spesso con un sacrificio o con una minaccia di elemento tattico, i giocatori pensano e ripensano, escludendo velocemente quelle varianti (serie di mosse secondarie) che intuitivamente, o in base alle proprie conoscenze del gioco, non sono le migliori.

Però, per noi comuni giocatori, una combinazione resta un’incognita, che si dimostra vera o falsa solo una volta che vi siamo entrati. L’aspetto logico, via via che si sviluppa la sequenza di gioco, lascia il posto a quello emotivo. Ti chiedi se stati facendo la cosa giusta oppure se hai accelerato la tua fine. Insomma un martirio, e torna alla mente la frase di Keen, in cui ognuno dà un’accezione diversa alla parola e interpreta questa arte in modo proprio.

E’ possibile ipotizzare una “combinazione” anche nella vita reale? Non credo, perché non vi è nulla di deterministico e geometrico nella nostra esistenza e ognuno può variare l’esito del proprio destino in qualsiasi momento. Però ci resta, come eredità del gioco degli scacchi, in alcune occasioni la sensazione di aver intrapreso una strada vincente, di poter dominare esattamente la scena, di imporre le mosse agli avversari.

La storia degli scacchi è ricca di campioni che hanno disegnato combinazioni di fascino unico. Personalmente trovo geniali due giocatori per certi versi completamente diversi: Alekhine e Tal.

Del primo Kasparov disse: “Gli attacchi di Alekhine arrivano all’improvviso, come cicloni distruttivi che appaiono in un cielo limpido”. Il secondo, famoso per i suoi attacchi a volte al limite del suicidio, diceva: “Giocare la patta quando hai i bianchi è un vero delitto contro gli scacchi”.

Entrambi non lesinavano sacrifici per entrare in combinazioni a volte incerte, sicuramente complesse. Di Tal, in particolare, si conosceva il gioco impetuoso e rischioso, pertanto negli anni ’60 valeva questo adagio, coniamo da un campione del calibro di Botvinnik: “Se Tal sacrifica un pezzo, prima prendilo poi calcola. Se lo sacrifico io prima calcola e poi prendilo ma se lo sacrifica Petrosian non lo prendere mai”.

Se c’è una lezione, per quanto riguarda la tattica, è quella di valutare sempre chi abbiamo di fronte. La stessa reazione da due soggetti diversi può avere valore opposto. Per questo è sempre importante essere pronti ad attaccare, ma curare con la massima attenzione la fase difensiva. Per non trovarci noi stessi in balia di qualche trucchetto improvviso.

Gli altri capitoli

Capitolo 1: introduzione
Capitolo 2: il tempo
Capitolo 3: il piano
Capitolo 4: la strategia
Capitolo 5: la tattica
Capitolo 6: difesa e controattacco
Capitolo 7: le fasi di una partita
Capitolo 8: capire la posizione
Capitolo 9: la tensione
Capitolo 10: conclusioni

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