La fasi di una partita, sottotitolo: quando capire che stai per perdere. Si può sintetizzare con questa frase di Tartakover: “Una partita di scacchi passa attraverso tre fasi: la prima, quando sperate di essere  in vantaggio, la seconda, quando siete certi di avere un vantaggio, la terza….. quando vi rendete conto che state inesorabilmente perdendo la partita.”

Prima di entrare nell’argomento (che in qualche modo abbellirà con parole inutili l’aforismo di cui sopra) concedetemi di raccontare qualcosa di Savelij Grigor’evič Tartakover, personaggio tra i tanti personaggi che arricchiscono il pantheon di questo gioco.

Tartakover è uno di uno dei padri della teoria ipermoderna, quella per intenderci che teorizza in apertura il controllo del centro, in contrapposizione con le aperture classiche che prevedono invece l’occupazione del centro.

Savelij Grigor’evič ha una storia infantile travagliata: ebreo figlio di un austriaco e di una polacca, assiste all’omicidio dei suoi genitori durante un pogrom a 12 anni (1899). Questo non impedisce di completare la sua formazione e diventare avvocato e, logicamente, giocatore di scacchi in un’epoca, quella a cavallo tra le due guerre, di grande fermento per il gioco.

Il suo maggior contributo agli scacchi è soprattutto negli aforismi che ci ha lasciato, che disegnano perfettamente il profilo di un approccio “zen”. Alcuni esempi? Tratti liberamente dal web: «Negli scacchi come nella vita chi rischia può perdere, ma chi non rischia perderà sempre», «Non c’è niente di più facile che perdere una partita già vinta» (a proposito, per questo aspetto vi rimando al capitolo sulla tattica), «È sempre meglio sacrificare i pezzi dell’avversario che i propri», «Gli errori sono tutti là sulla scacchiera, pronti per essere fatti» e via di questo genere.

Credo però, che il più sublime e per certi versi illuminante, specchio dell’uomo post moderno sia, «Erro, ergo sum».

Torniamo alle fasi della partita. I manuali ci dicono che una partita a scacchi si divide in tre fasi: l’apertura, il medio gioco (o centro di partita) e il finale.

Apertura e finale sono territori nei quali la teoria ha ormai analizzato tutte (o quasi) le varianti possibili. I grandi giocatori ed anche quelli di torneo sono in grado di conoscere le possibili combinazioni di queste fasi, per il semplice motivo che il numero è finito.

Per capirci. In occasione della prima mossa le possibili mosse da parte del bianco sono 20. Infatti il bianco potrà muove a scelta uno dei pedoni (che sono otto) di una o due case (quindi 8×2=16). Potrebbe, però, anche muovere uno dei due cavalli, sia a destra che a sinistra (2×2=4). Quindi in totale le possibili mosse che può fare in apertura sono 20. Il nero può rispondere anche lui solo con una tra 20 possibili mosse.

Quando ritocca al bianco le mosse possibili aumentano… e via via più si entra nel gioco, più sono le mosse a disposizione dei giocatori e maggiori le varianti da analizzare.

L’apertura è la fase nella quale la teoria (ovvero la storia di tutte le partite giocate e l’analisi teorica di giocatori come Tartakover) hanno praticamente azzerato gli spazi di manovra. Si sa, per capirci, quali sono le mosse per un “gioco corretto”.

Ad un certo punto si entra in un territorio sconosciuto e, per quelle che sono le nostre capacità mnemoniche, inconoscibile. Quello del centro di partita, dove il giocatore è costretto ad destreggiarsi con la sua capacità di analisi, il suo istinto, il talento e tanta memoria. Il centro di partita resta il territorio più affascinante, nel quale strategia e tattica guidano il nostro agire che, lo ricordo, deve sempre essere soggetto ad un piano.

Nel centro di partita potremo costruire le nostre appaganti combinazioni e magari infliggere perdite all’avversario così ingenti da costringerlo alla resa. Siamo in alto mare, a veleggiare dove ci porta la nostra mente e la nostra fantasia. E’ il territorio del possibile ed anche dell’impossibile.

Quando, pian piano, i pezzi dalla scacchiera iniziano a diminuire, allora si torna verso una condizione di maggiore prevedibilità, legato al numero ridotto di mosse a disposizioni.

Siamo entrati nel finale. Fase, questa, della partita, che di solito distingue l’ottimo giocatore dal neofita o dall’occasionale. I finali sono un’arte difficile e solo coloro che si applicano nello studio costantemente sono in grado di padroneggiarla, se escludiamo, logicamente, i talenti naturali.

Capablanca, per esempio (un giorno vi racconterò anche di lui), era insuperabile nei finali. Lui si è vantato per tutta la vita di non aver mai letto un libro di scacchi. Non ha mai fatto studi teorici, eppure di lui hanno detto: “Contro Alekhine non sai mai cosa ti può capitare; contro Capablanca lo sai, ma non puoi farci nulla…”.

Il maestro dei finali, infatti, accompagna l’avversario verso la scomparsa, lenta, ragionata, della maggior parte dei pezzi sulla scacchiera, per entrare quindi nei finali, dove fa prevalere la maggiore capacità.

E’ importate per ogni giocatore capire in che fase della partita si trova, perché ognuna di queste ha le sue regole teoriche, che aiutano a risolvere la situazione più velocemente (e sappiamo bene quando conti il tempo nel nostro gioco).

L’evoluzione del pensiero teorico del gioco ha fatto progressi anche in questo, ma non credo di andare lontano dal vero nell’affermare che i principi dettati dai grandi maestri nel periodo di Tartakover siano ancora validi.

Si discute (e discuterà ancora) se e quando uno giocatore lascia le aperture per entrare nel medio gioco e lo stesso accade per capire quando si entra in un finale.

In generale si vuole terminata la fase dell’apertura quando il giocatore ha sviluppato tutti i pezzi leggeri (Alfiere e Cavallo) e posizionato quelli pesanti pronti per entrare in gioco. Per capire, invece, quando entriamo nel finale dobbiamo tenere d’occhio il nostro Re. Quando entra in azione con una fase attiva e non più difensiva, allora potete star certi di essere avviati nella terza parte del gioco. Il che non vuol dire, però, che siamo al cospetto di una fine veloce. Le due cose non coincidono.

Per capire come tutto questo si applica alla nostra esistenza, bisogna tornare all’aforismo di Savelij Grigor’evič. Perché in una partita di scacchi le tre fasi di gioco, quelle reali, che hanno una loro tragica e comica verità, sono proprio legate alla percezione della propria condizione. Quando hai la sensazione di poter vincere, quando hai la certezza di vincere e quando, improvvisamente, ti rendi conto di aver perso.

Togliete dalla testa per un attimo gli scacchi, pedoni, pezzi e scacchiera, e guardate alla vostra esistenza. Quante volte ci è capitata questa ineffabile e insondabile sequenza di emozioni?

Gli altri capitoli

Capitolo 1: introduzione
Capitolo 2: il tempo
Capitolo 3: il piano
Capitolo 4: la strategia
Capitolo 5: la tattica
Capitolo 6: difesa e controattacco
Capitolo 7: le fasi di una partita
Capitolo 8: capire la posizione
Capitolo 9: la tensione
Capitolo 10: la prossima mossa

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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