Una questione non secondaria negli scacchi, e forse anche nella vita, è capire esattamente qual è la propria reale posizione all’interno di un sistema.

I giocatori più o meno abili hanno sempre dedicato molto tempo all’analisi della posizione. Accadeva (al passato, perché adesso il covid ha ridotto le opportunità) di vedere due giocatori che, al temine della partita, tornavano sui loro passi e studiavano la situazione. Si ricostruiva la posizione dei pezzi nel momento della partita in cui entrambi pensavano fosse iniziato tutto. E partiva la discussione: “Qui sono messo meglio io…” “no, perché questa colonna aperta favorisce me” rispondeva l’altro e il primo “si però io ho la coppia di alfieri…” e l’altro “ma hai il re esposto”.

Insomma la stessa posizione vista dagli occhi dei due giocatori è spesso letta migliore per uno e per l’altro allo stesso tempo.

L’analisi della posizione è un esercizio di massima masturbazione mentale, al quale, purtroppo, non si sottrae nessun vero giocatore. In questo caso per vero intendo giocatore preso dal demone del gioco, che sia forte e scarso poco importa.

Se capire a ritroso dove si è sbagliato non può più condizionare la partita, resta un ottimo modo per migliorare il proprio gioco, cercando di memorizzare l’errore per non ripeterlo.

Quello che però è ancora più formativo è lavorare per comprendere la propria condizione durante lo svolgere degli eventi.

Spesso tendiamo a sopravvalutare la nostra posizione. Ricordate il geniale Tartakower (capitolo precedente)? Pensiamo di essere in vantaggio, ed invece improvvisamente scopriamo di aver perso.

Mi torna alla mente la storiella del marito tradito che è sempre l’ultimo a sapere le cose. Oppure del dipendente che vede inesorabilmente crollare le proprie quotazioni in azienda quando invece pesava che tutto andasse a gonfie vele.

C’è poco da scherzare e molto da imparare dalla percezione che abbiamo di noi stessi sugli scacchi durante una partita.

Esiste il giocatore perennemente sulla difensiva, sempre convinto di essere sul ciglio di un burrone e quindi impegnato a parare tutti gli attacchi, perché all’interno di una posizione perdente. E quello invece che butta sistematicamente il cuore oltre l’ostacolo, nella ferrea convinzione che la propria posizione non può che essere vincente.

Provare ad analizzare la propria posizione, quindi, oltre ad un valore prettamente sportivo mi sembra anche un esercizio di psicoanalisi. Ci mettiamo davanti alle nostre paure e cerchiamo di farci i conti.

Però ci dimentichiamo, in un caso o in un altro, di un elemento fondamentale: valutare la realtà. Perché la cosa complicata di tutto questo elucubrare riguarda il guardare gli elementi per quello che sono, senza apporvi sovrastrutture emotive.

Per farlo dobbiamo ricorrere alla teoria: elementi strategici, tattici, piani, obiettivi, tempo a disposizione… ecc. Insomma tutto quello che abbiamo a disposizione nel nostro bagaglio culturale e che rappresentano, in qualsiasi posizione ci troviamo, la nostra forza.

Una questione molto dibattuta, almeno tra il sottoscritto e un caro amico di cui vi ho già parlato, riguarda quando è il momento di abbandonare… “per dedicare le restanti energie alla prossima partita”.

Tutto nasce dalla Regina degli Scacchi (ebbene sì, c’entra anche la fortunata serie di Netflix), che personalmente non ho visto.

In un passaggio la protagonista Ruth, alle prime armi nel gioco, anche se in posizione nettamente sfavorevole, si intestardisce a proseguire la partita contro il suo maestro. Il quale, alla fine, gli rimprovera: “in questi casi si abbandona”.

Quali sono i casi in cui si abbandona? Sarebbe bello trovare una risposta chiara e semplice. In realtà non c’è (e la discussione tra me e l’amico di cui sopra verte proprio su questo).

Il fairplay del gioco vuole che ad un certo punto, quando è evidente la sconfitta, si offra la mano all’avversario e si abbandoni la partita (reclinare il Re come si faceva un tempo mi sembra ormai in disuso e un gesto troppo tranchant per essere ancora accettato). Però per farlo a mio avviso devono essere presenti alcuni elementi fondamentali.

Il primo riguarda il tuo avversario. Sei sicuro che sia in grado di quantificare il vantaggio che tu pensi abbia? Perché potresti anche essere nella posizione più disperata del mondo, ma se il tuo avversario non è in grado di chiudere la partita, puoi sempre sperare in una vittoria estemporanea o in una patta.

Se stai giocando un campionato del mondo di scacchi, il livello è talmente alto che anche un piccolo svantaggio diventa una montagna da scalare, eppure non si abbandona se, per esempio, si perde una qualità, oppure un pedone.

Il secondo aspetto, legato al primo, riguarda proprio le possibilità di poter strappare una vittoria o un pareggio. Se ve ne è anche una piccolissima, vale la pena provare. Se ci accorgiamo, invece, di essere entrati in una combinazione che, per quanto lunga e complessa ha come esito la sconfitta, allora possiamo anche abbandonare.

La validità della scelta di abbandonare si misura, a posteriori, nel tempo che ci si mette per perdere. Se dopo poche mosse, allora effettivamente era meglio desistere subito, avremmo fatto più bella figura (sempre che questo abbia un valore). Ma se invece la sconfitta richiede ancora tanto tempo e tante analisi, beh perché non provarci, cercando di portare all’errore l’avversario?

Del resto non abbiamo già detto che spesso la cosa più difficile è quella di concretizzare il vantaggio ottenuto (qui)?

Usciamo nuovamente dagli scacchi per gettare uno sguardo sul mondo dello sport. Posso affermare tranquillamente che l’idiosincrasia (forte, viscerale, irrazionale, patologica) per la sconfitta è uno degli elementi distintivi del campione assoluto. Non sto dicendo che tutti coloro che vivono una qualsiasi sconfitta come la fine del mondo sono campioni (altrimenti il mondo ne sarebbe pieno), ma che ogni campione vive questa condizione. E’ un suo peculiare elemento distintivo, come la capacità di allenarsi, di soffrire, di coordinamento e il talento.

Non conosco la posizione nella quale il maestro di Beth consiglia all’eroina della Regina di Scacchi di ritirarsi. Pertanto non posso giudicare se abbia fatto bene oppure no. So, però, che Beth alla fine è diventata campionessa del mondo, mentre il maestro è rimasto nel sottoscala di una scuola.

Pensateci la prossima volta prima di mandare a quel paese il mondo per provare a voltare pagina. Non c’è nulla di disonorevole nella sconfitta. Quello che ferisce è solo il modo come arriva. Se abbiamo fatto di tutto per evitarla, combattendo al di sopra delle nostre capacità, in qualsiasi caso abbiamo vinto.

Capitolo 9: La tensione

Gli altri capitoli

Capitolo 1: introduzione
Capitolo 2: il tempo
Capitolo 3: il piano
Capitolo 4: la strategia
Capitolo 5: la tattica
Capitolo 6: difesa e controattacco
Capitolo 7: le fasi di una partita
Capitolo 8: capire la posizione
Capitolo 9: la tensione
Capitolo 10: la prossima mossa

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

1 commento

  1. …il maestro è rimasto nel sotto scala perchè mancava di talento, non di logica o di senso pratico… spesso nello sport, come nella vita, il coach o mentore o che dir si voglia non sarà mai forte come il campione ma questi non diventerà tale se non incontra questa persona speciale che lo aiuterà a leggere in modo asciutto e laico ‘la sua posizione e i suoi mezzi’

    😉

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