Lezioni di Scacchi (zen) – Capitolo 9: la tensione

Quando una minaccia di attacco spesso ha più valore di un attacco stesso. Fino a quando siamo in grado di sopportare una posizione "tesa", aggiungendo minacce a minacce, senza cedere alla tentazione di "semplificare"?

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Nei manuali di scacchi questo capitolo non l’ho mai visto. Probabilmente ogni serio insegnante dedica alla questione solo un fugace passaggio: “cambiate i pezzi solo quando siete certi che vi conviene”.

Io credo invece che la tensione rappresenti un argomento stimolante. Soprattutto formativo, per chiunque. Se scomodiamo wikipedia abbiamo un’idea dei concetti associabili al termine. In tutti compare il termine di pressione, che è quella esercitata tra due cose contrapposte. Descrivere bene tutti i tipi di tensione, da quella elettrica all’emotiva.

Vale anche per gli scacchi. Due pezzi contrapposti, in presa uno rispetto all’altro, provocano una situazione dinamica. Se aggiungiamo anche altri pezzi in grado di sostenerli, la tensione complessiva della posizione aumenta.

Il neofita preferisce cambiare o semplificare (che vuol dire mangiarsi i pezzi a vicenda) subito, senza impiccarsi in calcoli complicati e cervellotici, per poi magari scoprire di essere approdato in una posizione sfavorevole.

In pratica, si cede alla tensione, per evitarla. Siamo in un territorio dove la componente umana gioca un ruolo determinante. Mi sembra, anzi, che rappresenti il bello di questo gioco.

Quando ho iniziato a giocare il web non esisteva e Kasparov ancora era in grado di battere i primi computer di scacchi. Per allenarmi, e non frequentare fumosi circoli scacchistici (perché ancora si poteva fumare in luoghi chiusi, sic!) acquistai una delle prime scacchiere elettroniche.

Con essa ho iniziato a perlustrare varianti e combinazioni lette sui libri, provando sul campo la correttezza o meno di alcuni passaggi. Poi, un giorno, al circolo sportivo che frequentavo, si organizzò un torneo di scacchi. Mi iscrissi e partecipai.

Fu un disastro. Errori mai commessi prima iniziarono a fioccare ogni volta che davanti a me si sedeva un essere umano in carne ed ossa, mi guardava e incrociavamo i pedoni. Quando giochi con un’altra persona fai i conti non solo con la teoria, ma anche che le paure e la testa di chi hai di fronte. Questi sono gli scacchi!

La storia del gioco è piena di esempi, anche illustri: da Fischer, che al mondiale di Reykjavík fece di tutto per mettere in difficoltà il pacifico Spasskij, a Lasker, con il suo sigaro e il suo carisma, in grado di annichilire ogni avversario prima ancora di sedersi e muovere; da Tal, contornato da un alone di leggenda, capace di inventare un attacco lì dove non c’era, a Petrosjan, che se ti offriva un pezzo era meglio non prenderlo.

Il senso di tutto questo è solo uno. A scacchi si gioca contro un altro essere umano e spesso, nei momenti di massima tensione non prevale quello che legge meglio la posizione, ma colui che ne sopporta più facilmente il peso.

Romanovskij nel già citato “Il centro di partita” diceva che una minaccia di attacco spesso ha più valore di un attacco stesso. Il punto mi sembra proprio questo: fino a quando siamo in grado di sopportare una posizione tesa, aggiungendo minacce a minacce, senza cedere alla tentazione di semplificare?

Attenzione, non sto più parlando di scacchi, ma di quella complessa partita che giochiamo ogni volta che cerchiamo di risolvere una questione complessa. Se, infatti, nei rapporti affettivi risolvere una tensione mi appare la cosa migliore, per rasserenare i rapporti, magari facendo anche un passo indietro, lo stesso non vale nell’ambito professionale.

Accade a volte che cerchiamo di rendere le cose più semplici, magari con un chiarimento, senza valutare però adeguatamente gli effetti di queste azioni e quale sarà la posizione finale.

Gli scacchi ci dicono che potrebbe essere meglio conservare una minaccia, costringendo l’altra parte sulla difensiva, piuttosto che affondare un attacco che magari alla fine si risolve in un doppio insuccesso.

Gli altri capitoli

Capitolo 1: introduzione
Capitolo 2: il tempo
Capitolo 3: il piano
Capitolo 4: la strategia
Capitolo 5: la tattica
Capitolo 6: difesa e controattacco
Capitolo 7: le fasi di una partita
Capitolo 8: capire la posizione
Capitolo 9: la tensione
Capitolo 10: la prossima mossa

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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