Non è importante quanto lunga sia la partita e non è importante neanche se alla fine siamo riusciti a vincere. Quello che conta veramente, negli scacchi come nella vita, è che ce n’è sempre un’altra da giocare dopo.

“L’arma più potente a scacchi è quella di avere la prossima mossa” siamo noi gli artefici del nostro destino.

Ci sono grandi campioni che non hanno mai vinto un mondiale. Sono pochi, perché nello sport i titoli vinti contano, ma ci sono. A memoria ne ricordo due: Gino Bartali e David Ionovič Bronštejn.

Di Gino hanno scritto e detto in molti. Sarà per quel suo “naso triste, come una salita” (cit. Conte) sarà perché nel 2013 è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni e ha regalato, al mondo dello sport, l’opportunità, per la prima volta in Italia, di comparire nelle tracce di una maturità (era il 2019 ma sembrano secoli fa).

Di Bronštejn in Italia, e in generale nel mondo occidentale, si sa poco. Nella mia piccola battaglia culturale per capovolgere la narrazione occidentale che vuole Fischer il genio in grado di battere oscuri e grigi campioni sovietici, ho raccontato, proprio su questo stesso sito, di Tal, Aleckhine e Taratakover. Adesso credo sia giusto rendere il dovuto tributo a David Ionovič Bronštejn, definito da chi conosce bene questo sport come il più forte giocatore di scacchi della sua epoca …che non è mai diventato campione del mondo.

La storia di Bronštejn sarebbe piaciuta tanto ai fan di Fischer, spesso trasportati da motivazioni ideologiche più che dal genio scacchistico del newyorkese. Non è stata una vita facile, quella di David Ionovic, ma è stata sicuramente intensa. La disegnano con estrema sintesi e comunque dovizia di particolari Federico Ferrone e Alessio Marchionna su questo articolo de l’Internazionale

Per i più cinici, Bronštejn non è altro che l’archetipo del perdente, ovvero colui che, nonostante l’enorme talento e le indubbie capacità, non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Nel caso specifico parliamo del titolo di campione del mondo di scacchi nel 1951. Il match ha fatto la storia di questo gioco.

Siamo a Mosca tra il 15 marzo e l’11 maggio, di fronte il campione in carica Botvinnik e lo sfidante Bronštejn. Riprendo dal sito citato: “Alla sesta partita Bronštejn.. pensò per 45 minuti prima di muovere il suo pezzo, poi fece la peggiore mossa possibile, perdendo quando avrebbe potuto facilmente conquistare mezzo punto. Alla nona perse clamorosamente una torre, ma grazie alla sua inventiva riuscì a rimediare e a strappare la patta. Nonostante tutto, dopo 22 partite era avanti di un punto.”

Un punto di vantaggio grazie ad un gioco di straordinaria inventiva e ricco di elementi combinativi che mettono in difficoltà il campione in carica. Bronštejn, in svantaggio a quattro partite dalla fine, ribalta tutto con due vittorie stratosferiche nella 21^ e 22^ partita. Poi nella 23^ (da wikipedia) “…tentando di vincere un finale patto, arriva all’aggiornamento in situazione inferiore. Botvinnik non riesce a mettere in busta la mossa più forte, ma grazie ad uno studio più attento della posizione va in chiaro vantaggio immediatamente dopo la ripresa del gioco.” Il campione del mondo porta a casa la 23^ partita, pareggia e conserva il titolo.

Si è favoleggiato molto riguardo la penultima partita e sugli errori di Bronštejn. Molti hanno visto la mano del potere sovietico, che non ha mai visto di buon occhio il giocatore nato a Bila Cerkva il 19 febbraio 1924. La sua vita è stata sempre quella del perseguitato e reietto. Il padre rimase sette anni nei gulag, come nemico del popolo forse solo per una lontana parentela con Trotskj, il cui vero nome era Bronštejn. David Ionovič aveva tredici anni e un grande talento già espresso per gli scacchi. Ma la povertà, l’essere sempre considerato ai margini, lo spirito libero e mai domo gli avevano fatto abbandonare il gioco.

Gioco che riscopre alla fine della seconda guerra, dopo aver vissuto tante vite al punto da dimostrare una calvizie e un aspetto ben superiore all’età. Se Botvinnik rappresenta il sistema, Bronštejn è l’opposto.

Il timbro, ingiustificato, di perdente, se lo ritrova vestito addosso proprio grazie al retroscena che lui stesso racconterà di quel famoso mondiale. Nella prefazione del libro (uno dei tanti di successo e belli) l’Apprendista Stregone: “Sono state scritte molte stupidaggini su questo argomento. …Avevo le mie buone ragioni per non voler diventare campione del mondo: in quel periodo fregiarsi di quel titolo significava entrare a far parte della sfera burocratica ufficiale del mondo degli scacchi, il che implicava una serie di obblighi di tipo formale. Tutto questo non era compatibile con il mio carattere. Fin dall’infanzia ho sempre amato molto la libertà e, malgrado il paese in cui sono cresciuto, ho provato a vivere ogni momento della mia vita con questo spirito. Sono felice che ancora oggi mi senta così e possa godere della mia libertà”.

Dopo quel mondiale Bronštejn ha continuato a giocare, con alterne vicende. E’ lasciato ai margini dal regime sovietico in occasione dei tornei dei candidati successivi, preferendogli Paul Keres, Vasilij Smyslov, Boris Spasskij e tutto il pantheon di giocatori che è in grado di esprimere l’Unione Sovietica negli anni ’60 e ’70. Però non smette di giocare né di contribuire in modo determinante allo sviluppo teorico del gioco.

Quando cade il Muro, Bronštejn è ancora sulla breccia, mentre molti dei suoi colleghi si eclissano o si sparpagliano in diverse nazionalità per non essere identificati con il vecchio regime. Continua a giocare e a scrivere fino al 2006, quando muore, a 82 anni, a Minsk. Racconta la sua terza moglie che ha avuto una vita felice.

Disse Alì: “Non c’è nulla di male a cadere, quello che conta e rialzarsi”. La versione scacchista la dobbiamo a David Ionovic Bronštejn: “L’arma più potente a scacchi è quella di avere la prossima mossa”.

Credo che non ci sia insegnamento più bello nella vita che ci possa regalare questo gioco. Dobbiamo tenerlo sempre in mente ogni volta che una lunga, faticosa, estenuante avventura finisce: abbiamo a disposizione sempre una prossima mossa. (FINE)

Capitolo 1: introduzione
Capitolo 2: il tempo
Capitolo 3: il piano
Capitolo 4: la strategia
Capitolo 5: la tattica
Capitolo 6: difesa e controattacco
Capitolo 7: le fasi di una partita
Capitolo 8: capire la posizione
Capitolo 9: la tensione
Capitolo 10: la prossima mossa

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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