Lo sport in Italia 2014, presenazione dei dati Istat e Coni

Lo sport in Italia 2014, presenazione dei dati Istat e Coni
Malagò dati Istat

Un momento della presentazione Lo Sport in Italia 2014

Lo sport italiano, ed in particolare il CONI, da qualche mese a questa parte sta mostrando i muscoli, non (o non solo) attraverso il lavoro di lobbying nei confronti del potere politico affinché questo non pensi di ridurre ancora i già pochi contributi che destina alla pratica sportiva. Ma, intraprendendo la strada corretta, attraverso la fotografia il più possibile dettagliata del fenomeno sportivo nel nostro Paese. Un’instantanea che non può prescindere dai numeri i quali, come diceva Bacone e ricordato da Michele Uva in occasione della presentazione di oggi “Lo Sport in Italia 2014 – Numeri e contesto”: “Spiegano il mondo”.
Così dopo aver presentato in modo adeguato i numeri relativi i controlli antidoping (aspetto tecnico, per quanto importante), dopo aver illustrato gli studi più recenti sull’impatto economico dello sport nel sistema Italia, oggi al Salone d’Onore del Coni, al cospetto del “gotha della stampa sportiva italiana” (cit. Malagò) e di numerose autorità politiche e sportive (in prima fila la senatrice Josefa Idem), Istat e Centro Studi e Osservatori Statistici per lo Sport del CONI hanno presentato i dati relativi il no-profit in Italia, con particolare focus sul no-profit sportivo.
Non mi interessa che le società sportive siano 90.000 o anche la metà – ha detto Malagò in apertura dei lavori -. Quello a cui tengo e che siano tutte effettivamente società che operano nello sport, perché non voglio che, per colpa di pochi, si delegittimi un intero movimento.
I dati presentati oggi rappresentano, quindi, la fotografia più aggiornata e recente dello stato del mondo sportivo italiano nel 2013, ovvero dal momento del mio insediamento e rappresentano pertanto un punto di partenza importante, sul quale costruire politiche sportive vincenti.
Quando mi sono insediato ho considerato prioritario indicare a Michele Uva (Direttore generale della CONI servizi ma un passato nel Centro Studi della Federcalcio, ndr.) la necessità di avere un Centro Studi statistici in grado di rispondere immediatamente ai dubbi, domande e necessità dello sport moderno. Perché per pianificare correttamente bisogna prima di tutto conoscere la realtà.”
Per analizzare tutti i dati ci vorrà tempo, il massimo che possiamo fare e rimandare alla pubblicazione integrale presente alla fine dell’articolo e sul sito dell’Istat. Ci limitiamo a riportare alcuni dati che a nostro avviso sono sorprendenti e meritano attenzione, con la promessa di tornarci, magari stimolati dagli interventi dei lettori.
Il primo riguarda il numero assoluto delle istituzioni non profit che svolongono attività sportive: circa 92.000 (il 30% del totale del mondo non profit), con una strabordante presenza maschile (oltre il 70%), che conferma in qualche modo la “misogenia” del settore sportivo italiano. Di rilievo la forte presenza di giovani: il 23,7% dei volontari ha infatti meno di 30 anni, con una crescita, tra questi della partecipazione femminile.
Lo sport nel non profit conta sul contributo lavorativo di un milione di volontari1, 13 mila lavoratori dipendenti e 75 mila lavoratori esterni (collaboratori coordinati e continuativi, collaboratori a progetto, prestatori d’opera). Da questo si deduce che il lavoro volontario rappresenta il 92,2% delle risorse lavorative utilizzate e, soprattutto, che il mondo sportivo si sostiene fondamentalmente solo con loro.
Il quadro che emerge dall’Istat, inoltre, ci dice che il mondo sportivo ha una rilevante attività orientata a persone con disagi specifici. Sono infatti 6.816 (pari al 13,6% del totale di istituzioni non profit che erogano servizi a persone con disagio) le istituzioni sportive che nel corso del 2011 hanno erogato servizi a particolari categorie di soggetti svantaggiati. Il 72,5% di esse si rivolge, in particolare, a individui disabili o non autosufficienti. Nella maggior parte dei casi i servizi riguardano l’organizzazione di corsi per la pratica sportiva (84%) e/o di eventi sportivi (69,7%); l’8,8% delle istituzioni considerate ha realizzato interventi per l’integrazione sociale dei soggetti deboli o a rischio; l’8,2% si è occupato della gestione di centri aggregativi e di socializzazione e il 7,9% ha organizzato viaggi ed escursioni. Il totale delle persone “servite” da questa particolare attività sportive, è di circa 300.000 persone, ben oltre il numero degli atleti specificatamente “paralimpici” e che ci permette di dire che in Italia lo sport contribuisce in modo determinante all’attività di assistenza, forse più e meglio di altri comparti della nostra società.
entrate mondo dello sportDal punto di vista economico è sicuramente meritevole di attenzione il dato che ricorda come nel 2011 le istituzioni sportive hanno registrato un flusso di entrate economiche di oltre 4,8 miliardi di euro (solo il 7,6% del totale relativo al non profit) e di uscite di oltre 4,7 miliardi di euro. Il 2,6% soltanto delle istituzioni sportive hanno entrate superiori a 250mila euro, mentre sono molto numerose le istituzioni sportive nelle classi di entrata di piccole o medie dimensioni. Ma chi paga?
Le entrate di fonte privata rappresentano l’88,6% del totale, di cui il 41,3% proveniente da contributi annui degli aderenti e il 28,5% dalla vendita di beni e servizi. Quelle di fonte pubblica rappresentano l’11,4%. Una conferma, che merita di essere sottolineata e che invece, nella fretta dei dati presentati, è passata quasi inosservata: lo sport in Italia è finanziato soprattutto dai privati che non vuol dire sponsor, ma famiglie. Come riportato anche in altri studi, i contributi diretti e indiretti dello Stato ed Enti locali nei confronti delle attività sportive si attesta attorno ai 2 miliardi di euro a fronte dei quasi 10 miliardi della Francia.
Ci sarebbero ancora tante cose da dire su quanto presentato oggi, a cominciare da un dato che ci appare allarmante (anche in questo caso “buttato lì” quasi per caso, da Michele Uva), ovvero l’aumento a 24 milioni (dai 20 di qualche anno fa) di persone che in Italia non fanno alcuna pratica sportiva. Una crescita della sedentarietà che contrasta con le campagne (e le dichiarazioni di principio) di questi anni e che ci fa capire che il sistema Italia deve investire ancora più decisamente e con convinzione sullo sport che, insieme alla ricerca, rappresenta l’unica speranza di farcela per il nostro paese.
Antonio Ungaro

Il profilo dello sport nel non profit – 17_lug_2014 – Fascicolo

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