Londra 2012 – Doping convitato di pietra di ogni Olimpiade

Londra 2012 – Doping convitato di pietra di ogni Olimpiade

La finale dei 100 metri a Londra 2012

Il doping è il convitato di pietra di ogni Olimpiade. Anche quando non c’è o, se anche c’è, non viene scoperto. Il doping ha già fatto il suo ingresso a questi Giochi qualche giorno fa, con la positività del judoka statunitense Nicholas Delpopolo. Prima (e dopo di lui) sono stati fermati diversi atleti in procinto di approdare a Londra
Ieri la notizia deflagrante della positività di Alex Schwazer, il marciatore azzurro già oro nella 50 km. ai Giochi di Pechino e in predicato di conquistare un’altra medaglia a Londra.
Per lo sport italiano un colpo, forse più forte di quello subito in occasione della positività di Davide Rebellin ai Giochi del 2008 quando il CONI fu costretto, per la prima volta nella sua storia, a riconsegnare l’argento della prova su strada. Più duro perché l’altoatesino, per scelta e per destino, era diventato un po’ il simbolo dello sport italiano: carabiniere, fidanzato con un’altra stella dello sport (Karolina Kostner), vincente, dalla faccia pulita e legato ad una disciplina umile, di fatica e in cui l’Italia vanta da sempre una tradizione gloriosa. Per questo motivo su di lui si erano accentrate le attenzioni di sponsor importanti regalandogli una copertura mediatica di prim’ordine, tra gossip e informazione.
In attesa di capire come questa notizia possa pesare nell’economia generale della lotta per la conquista del CONI di cui queste Olimpiadi rappresentano in qualche maniera un inizio di campagna elettorale, non si può fare a meno di rilevare che Londra 2012 è stata sicuramente amara (anche se per motivi diversi) per le due coppie simbolo dello sport italiano. Da una parte Pellegrini-Magnini, affondati con il nuoto azzurro e capaci di far arrabbiare anche i propri compagni di squadra con atteggiamenti e dichiarazioni sicuramente sopra le righe; dall’altra Schwazer -Kostner, arroccati in un “mollo-nonmollo” condito, purtroppo, da questa notizia di doping.
Quando Ivan Basso fu coinvolto nell’Operación Puerto (attenzione, non fu mai trovato positivo, ma si ricondussero alcune provette di nome “birillo” al corridore varesino) stava per sbarcare al Tour con l’intenzione di vincerlo. Aveva dominato il Giro e disse: “E’ stata una debolezza più mentale che reale, avevo paura di non farcela…”. Qualcosa di simile a quanto dichiarato da Schwazer dopo essere stato pizzicato ad un controllo WADA a fine luglio. Il rischio che anche la medaglia conquistata a Pechino 2008 venga coinvolta dalla melma (per non dire altro) sollevata è reale.
Senza soffermarci troppo sulle cause che spingono un atleta a provare il doping dopo che, a suo dire, ha ottenuto successi puliti, mi preme in questo post sciogliere un ragionamento su come il doping, anche prima della notizia di Schwazer, ha contribuito a creare danni per certi versi irreparabili alle Olimpiadi di Londra. Con la complicità anche delle istituzioni sportive, e in particolare del Tribunale arbitrale dello Sport di Losanna. Con una sentenza che ha fatto discutere forse meno di quanto avrebbe meritato e che in pochi hanno ricordato in questi giorni, il TAS stabilì, nell’autunno dello scorso anno, che vietare le Olimpiadi a squalificati per doping, anche dopo che questi hanno scontato la pena, ledeva i diritti delle persone. Pertanto le Olimpiadi tornavano ad essere terreno di caccia anche per atleti palesemente e platealmente coinvolti con il doping.
L’effetto di quella sentenza è stato di vedere vincere nella prova in linea di ciclismo un certo Aleksandr Vinokurov, già squalificato nel 2007 per due anni, ormai a tutti gli effetti ex corridore. Uno spot per una disciplina più di altre impegnata nel fare pulizia che certamente non ha giovato alla causa. Il fatto poi che lo stesso Vino sia in predicato di diventare direttore sportivo della stessa squadra con la quale è stato coinvolto in pratiche illecite, non aiuta le future generazioni che si troveranno a correre in quel gruppo. Come pretendere correttezza da altri quando lui è stato il primo a non esercitarla? Un po’ come illudersi che alla corte di Bjiarne Riis, reo confesso di doping quando vinse il Tour del 2006, si imponga il più ferreo codice antidoping…
Altro brutto spot per le Olimpiadi (e la disciplina coinvolta) è stato il terzo posto nell’evento forse più seguito di questi giochi olimpici, la finale dei 100 metri. Entusiasti per la volata di Bolt e Blake si è rimasti con l’amaro in bocca per il terzo posto di Justin Gatlin, squalificato otto anni (poi ridotti a quattro) per una positività recidiva.
L’idea che si può “sbagliare”, “pentirsi”, pagare il proprio debito e poi tornare in gruppo, nel più sincero spirito cattolico, sarà anche rispettoso dell’individuo, ma provoca i maggiori danni allo sport e non contribuisce a debellare la piaga del doping, anzi. Del resto, parlando di doping, dobbiamo ricordarci che si tratta di sport agonistico: andare alle Olimpiadi non è certo un diritto inalienabile di ogni individuo ma un privilegio che presuppone rinunce e sacrifici, tra questi sarebbe giusto inserire anche il non utilizzo di doping.
Antonio Ungaro

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