Marc Gasol, LeBron & Co, quando l’NBA diventa politica

Marc Gasol impegnato con la ONG Open Arms nel salvataggio di vite umane nel Mediterraneo è l'ultimo esempio di una militanza dei grandi campioni della Lega Basket americana.

Marc Gasol, LeBron & Co, quando l’NBA diventa politica

La notizia è stata riportata da Gazzetta.it, pronta a raccogliere il tweet di un grande protagonista della NBA e del basket mondiale: Marc Gasol è stato impegnato con l’associazione non governativa Open Arms nel salvataggio di Josephine, ieri nel Mediterraneo dopo due giorni in balia del mare aggrappata ad un’asse della carena di un’imbarcazione affondata.

Il campione dei Grizzlies e della nazionale spagnola si è lasciato andare ad un momento di rabbia nei confronti di un’Europa arroccata e chiusa all’interno dei propri confini come un fortino assediato, incapace di comprendere appieno la tragedia che le popolazioni dell’Africa e i migranti stanno vivendo: “Frustrazione, rabbia e impotenza. E’ incredibile come tante persone vulnerabili siano abbandonate alla morte in mare. Profonda ammirazione per questi che chiamo i miei compagni di squadra in questo momento”. Questo è il contenuto del tweet di Gasol, scritto in tre lingue, affinché tutti possano comprendere. Un cinguettio che svela al mondo anche l’impegno “politico” di questa stella della NBA, che guadagna oltre 20 milioni di dollari l’anno ma che passa le proprie estati imbarcato con la ONG in giro per il Mediterraneo nel vano tentativo di salvare più vite possibili. “Vano” perché reso tale da una politica, soprattutto italiana e soprattutto in questo primo scorcio di nuova legislatura, arrogante, violenta, indifferente alle sofferenze di persone che fuggono principalmente dalla miseria e colpevole di alimentare odio nei confronti dei migranti.

Lo sport conferma ancora una volta di essere la parte migliore della società. Ma questa storia di Gasol ci dice anche altro, ovvero che esiste un posto nel mondo che appare in grado di mettersi alla testa di un movimento di controcultura e antagonismo al populismo dilagante. Questo luogo è la lega professionistica americana di basket: la NBA. Quella di Gasol, infatti, è solo l’ultima testimonianza di un giocatore contro establishment populista e di destra (due aggettivi, è bene ricordarlo, che si legano perfettamente). Prima di lui stelle come Steph Curry e soprattutto LeBron James si sono opposti apertamente a Trump e di quella parte dell’America che l’ha votato. Posizioni forti, dure, arrivate fino al punto di rifiutare inviti e strette di mano. Tanto che in molti sono pronti a scommettere, per esempio, la prossima discesa in campo del Prescelto alle elezioni presidenziali USA. E che forse sono dietro anche l’abbandono da parte di King James dei Cavs.

NBA quindi come laboratorio politico militante, talmente forte da potersi permettere apertamente di contrastare, con le parole e i fatti, le sciagurate politiche di destra che in questo momento sembrano prendere il sopravvento in tutto l’occidente, soprattutto in ampi strati di popolazione che non trovano miglior risposta all’incertezza economica che non prendersela con chi sta peggio. Si potrebbe fare un’analisi sociologica del fatto per cui un mondo dorato e ricco come quello del basket pro americano sente il bisogno di prendere apertamente le difese degli ultimi della terra. Fatto sta che non può passare inosservata la potenza comunicativa di questi grandi campioni, impegnati a denunciare le brutture di un sistema politico che fonda il proprio consenso sulla violenza verbale e social network.

E siccome questa “guerra” culturale si sta combattendo soprattutto con i mezzi (impropri) della comunicazione social, speriamo che il tweet di Gasol abbia colpito molto lontano.

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