
Montréal 2026 si è concluso nel modo forse più imprevedibile, e i giornali di oggi, sia italiani sia internazionali, non hanno risparmiato critiche. Uscito di scena l’uomo che non lascia una corsa, leggi Tadej Pogacar, ha vinto un suo scudiero, onesto mestierante e luogotenente in UAE. L’Associated Press, ripresa dai quotidiani di tutti gli Stati Uniti, colloca McNulty dopo Greg LeMond e Lance Armstrong: è il primo americano a vincere la prova in linea dal 1993. Prima della corsa aveva detto alla moglie che serviva un miracolo, e all’arrivo ha commentato che quel giorno i miracoli succedono.
Brandon McNulty non ha rubato nulla, ha solo sfruttato l’attimo, ma qualcosa stona in questa storia. Stona soprattutto Isaac Del Toro che negli ultimi chilometri ha chiuso praticamente su tutti i tentativi di fuga, tranne che sull’americano. Si potrebbe credere che il messicano abbia ritenuto Brandon non capace di portare a conclusione il proprio tentativo. Ma, condividendo entrambi la giacchetta della stessa squadra, viene più facile pensare che abbia prevalso la ragione di stato rispetto a quella del cuore. Che dovrebbe essere difendere i colori della propria nazione e non degli Emirati. Lo stesso sospetto lo ha espresso Tom Pidcock, settimo al traguardo: per il britannico Del Toro ha corso per coprire McNulty e non ha voluto chiudere su di lui. In Francia la stampa parla di polemica e riporta che diversi favoriti accusano il messicano di aver aiutato il compagno di squadra. Del Toro respinge l’accusa: sostiene che gli altri sono rimasti passivi e che lui voleva far vincere il Messico.
Non possiamo però fare a meno di pensar male, anche perché già lo scorso anno non avevamo proprio condiviso l’azione di Isaac nel mondiale in Africa. Quando, lo ricordiamo, ha dato fuoco alla gara scattando e portandosi dietro il suo capitano Pogacar. Con lui ha poi percorso i chilometri necessari per mettere tutti in lontananza, collaborando, anzi tirando come se fosse lui il favorito, per poi staccarsi e finire nelle retrovie dopo una ventina di chilometri. Più che un velleitario tentativo ci sembrò un aiuto a Pogi. Domenica invece è arrivato l’episodio McNulty. Abbiamo ipotizzato questa alleanza a voce alta durante la gara. Chi conosce bene Isaac però ha escluso la cosa fidando sull’onestà del messicano. Sicuramente ci sperava il variopinto e colorato pubblico messicano, accorso in massa all’altezza del percorso, lato destro, proprio di fronte al box dei loro beniamini. In patria il quinto posto è una festa: Récord ed Excélsior lo celebrano come il miglior risultato di sempre di un messicano in un mondiale su strada, due posizioni meglio di Kigali.
Quando un mondiale, grande festa di popolo, finisce è un po’ come le feste di piazza cantate da Bennato. La gente se ne va e sul selciato restano solo le carte colorate, i sogni spezzati, le occasioni perse. In lontananza pochi tifosi festeggiano ancora sotto il podio il carneade fatto re, mentre i più si leccano le ferite.
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L’Italia del ciclismo non esce male da questi mondiali. Si è presa un titolo che mancava e che fa lustro e anche altre quattro medaglie. La stampa non perdona però la mancata medaglia di un Giulio Ciccone che da abruzzese, in questa cittadina in cui gli abruzzesi sono oltre 400mila, correva in casa. Ha onorato la sua regione e la maglia azzurra. Ma non è bastata. Non partivamo da favoriti ma da outsider. Però il marcamento riservatogli da parte di tutti i big, improvvisamente comparsi davanti nelle fasi decisive, non è stato meno asfissiante. Tutti i quotidiani risconosco che in salita è stato il più brillante insieme a Pidcock e che ci ha provato più volte, prima di chiudere nono nella volata per il podio. Per Eurosport gli è mancato lo spunto per fare la differenza, ma il piazzamento non rende giustizia alla sua corsa. Lo stesso Ciccone ha raccontato di aver avuto i crampi nell’ultimo giro e di aver trovato alle spalle solo corridori che pensavano a chiudere, senza rilanciare.
C’è però chi il mondiale l’ha perso veramente, e la stampa internazionale, soprattutto quella francese, lo ricorda. Proprio i cugini hanno menato come fabbri, fidando nel giovane Seixas che però, allo scoccare del 270° chilometro, si è bloccato per crampi. Hanno perso uomini per strada sacrificati sull’altare del 20enne. Così quando la corsa è esplosa, a “solo” 100 chilometri dalla fine, non c’era più nessuno a proteggere il proprio capitano. Eurosport France parla di una delusione immensa: Seixas è crollato a 3,7 chilometri dal traguardo ed è arrivato quindicesimo. Lui stesso si è scusato e ha parlato di fallimento. Il ct Thomas Voeckler lo ha difeso, ha detto che il suo capitano si è trovato isolato troppo presto e ha ammesso che la squadra di McNulty ha sfruttato alla perfezione la strategia della Francia e quella del Belgio.
Peggio ancora hanno fatto i belgi. Con due cavalli di razza come Evenepoel e Van Aert sono stati capaci di uscire dai dieci. Il campione olimpico era il favorito come Van der Poel, ma ha mancato clamorosamente la corsa. Sempre a rincorrere, sempre in affanno, mai presente veramente non solo fisicamente ma di testa. Ha un carattere difficile e forse questo è il vero limite di un talento che altrimenti, con la testa più libera e un pizzico di intelligenza, sarebbe al livello di Pogacar. Van Aert compensa quel poco che gli manca con una straordinaria generosità, che lo avvicina al popolo del ciclismo, non solo belga. In Belgio la stampa non fa sconti. Het Laatste Nieuws scrive che i belgi erano lì solo per lo spettacolo: il mondiale di Van Aert è finito a 65 chilometri dall’arrivo, quello di Evenepoel cinque chilometri dopo, quando Seixas e Del Toro lo hanno staccato in salita. Het Nieuwsblad osserva che a 50 chilometri dalla fine era già chiaro che Eddy Merckx non avrebbe avuto un erede belga a Montréal. Per Sudinfo è la delusione dell’anno, forse del decennio. La Dernière Heure chiude con una frase che porta dritto al vincitore: la squadra dei sogni era americana.
L’Imperatore (leggi Van der Poel) non ha imparato bene la lezione del giorno prima, nella quale la superfavorita Demi Vollering ha rischiato di perdere perché ha bruciato energie preziose su un percorso difficile ma che non permetteva facili fughe. Ha pagato il suo tentativo ai -80 e il bronzo rimedia solo in parte, ma a casa non troverà pagine di giornale che gli tirano le orecchie, solo apprezzamenti e un buffetto. Alla NOS, la tv pubblica olandese, il ct Koos Moerenhout ha ammesso che l’attacco non era nel piano, perché Mathieu e i piani non vanno d’accordo, ma ha detto che Van der Poel ha dominato e messo la corsa nelle sue mani. Sarà, ma per noi, vista la condizione, l’ha persa e un terzo posto non gli può proprio bastare.
Così alla fine sorridono gli USA che si prendono la maglia più pesante dopo quella degli U23, vinta due giorni prima da Ashlin Barry, un ragazzo cresciuto a Toronto e figlio del canadese Michael Barry, che dal 2024 corre con la licenza americana. Barry ha la doppia cittadinanza. La madre è l’americana Dede Demet-Barry, argento olimpico ad Atene 2004, e il padre ha rappresentato il Canada in tre Olimpiadi. Per USA Cycling è il primo titolo mondiale under 23 nella storia degli Stati Uniti. La Presse di Montréal lo ha chiamato “il più canadese degli americani”. Il massimo della beffa per un popolo che mai come in questo periodo si sente più vicino all’Europa che allo scomodo, raffazzonato e presuntuoso vicino. Nella prova dei grandi gli americani hanno piazzato tre uomini nei primi dieci: Quinn Simmons quarto e Matteo Jorgenson ottavo. McNulty ha ringraziato i sette compagni che si sono presentati al via certi di poter vincere con uno di loro.
Ci vediamo, per la rivincita in tono minore in Slovenia e per quella decisiva il prossimo anno in Francia.

