A distanza di oltre un mese dalla fine dei Giochi di Tokyo proviamo a stilare un bilancio della trasferta in Giappone analizzando il medagliere e confrontandolo con quelli precedenti.

Le medaglie olimpiche non sono l’unico metro per misurare la salute sportiva di un Paese, ma certamente aiutano a fotografare, in modo immediato, una gerarchia internazionale. Dal raffronto con gli altri si possono trarre indicazioni interessanti e che aiutano a riflettere.

Il vero capolavoro del CONI e di Giovanni Malagò, in occasione di queste Olimpiadi, è stato quello di accendere i riflettori solo sugli aspetti positivi. Certo, aiutato dagli straordinari successi dell’atletica italiana e in particolare da Jakobs nei 100 e dalla staffetta 4×100: due medaglie che da sole riescono a colpire la fantasia di tutti gli appassionati del pianeta.

Ma è vera gloria? Mettiamo a confronto i medagliere delle ultime edizioni delle Olimpiadi del nuovo millennio: Sydney 2000, Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012, Rio 2016 e Tokyo 2020.

Il dato su cui si è concentrato il racconto ufficiale (seguito come spesso accade dagli organi di informazione) è sul numero assoluto di medaglie. Tante, inutile negarlo, così tante come non accadeva da Roma 1960.

Minor attenzione si è data al posizionamento complessivo dell’Italia nel medagliere: al 10° posto. E’ la prima volta che finiamo così in basso e il processo di scivolamento è progressivo. Nel ricordare a ritroso i medaglieri olimpici ci siamo fermati a Sydney. Potremmo tornare ancora più indietro, ma il risultato non cambia: da che occupavamo una posizione stabile tra i dieci, pian piano stiamo scivolando sempre più giù.

A Tokyo, nonostante l’atletica italiana, nonostante Jakobs e Tortu, nonostante le quaranta medaglie complessive, siamo al 10° posto, superati da due paesi che demograficamente sono un quarto di noi (Australia e Olanda). Dobbiamo solo ringraziare la debacle inattesa della Corea del Sud se non siamo usciti dalla top ten, cosa questa si storica, ma in negativo.

Se allarghiamo un attimo lo sguardo a tutti i paesi compresi in ogni medagliere scopriamo un elemento interessante. Nel corso degli ultimi 20 anni (ma siamo certi si tratti di una tendenza anche riscontrabile nelle edizioni precedenti) aumenta il numero dei nazioni che hanno vinto almeno una medaglia, facendo intendere (apparentemente) che è aumentata la concorrenza.

In realtà se guardiamo il numero di medaglie complessive vinte da ogni singola nazione noteremo che il numero, per le maggiori potenze sportive, aumenta costantemente, edizione dopo edizione. La distanza tra i primi e gli ultimi aumenta: nella sostanza vincono sempre i soliti noti (e sempre di più).

Se questa tendenza è confermata, scivolare indietro nel medagliere, come sta accadendo all’Italia in questi anni, non è un buon segno. Potrebbe essere molto difficile scalare posizioni e compiere quel salto in avanti che soltanto Gran Bretagna e Giappone sono stati in grado di compiere stabilmente. Guarda caso in occasione dell’organizzazione dei Giochi in casa.

Ci sembra, anche questo, un elemento da sottolineare. Le Olimpiadi non sono (solo) uno spreco di denaro pubblico, come molti, soprattutto in Italia, pensano, ma anche una formidabile occasione per rilanciare un sistema sportivo.

Se non ci fosse stata la sciagurata scelta del Comune di Roma di affossare la candidatura per i Giochi del 2024 forse anche l’Italia avrebbe potuto sperare di tornare in alto nel medagliere. Di questo mancato obiettivo non si può certo dare responsabilità al CONI e a Giovanni Malagò. Il quale, però, con le Olimpiadi di Parigi rischia seriamente di diventare il primo presidente del CONI di un Italia fuori dalle 10 potenze sportive mondiali.

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

Commenta