Mar, 10 Febbraio 2026
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Michele Dancelli e quella Sanremo tutta italiana che sale con lui in cielo

Dario Ceccarelli, fine penna del Sole 24 Ore, lo ha ricordato con parole molto azzeccate che sintetizzate dicono: gli volevano bene tutti. Michele Dancelli era un corridore importante, certo, ma soprattutto un uomo, prima e dopo la bicicletta, uno di quelli a cui non si poteva non affezionarsi. Persino era una “biglia” da conservare e scegliere per giocare forte fra quelle dei campioni super. Perché lui era imprevedibile e umano, sorridente e gioioso, come certi bresciani. Scrive Ceccarelli:

«Michele Dancelli, diventato famoso per aver spezzato nel 1970 una specie di sortilegio che dal 1953 impediva agli italiani di vincere la Milano-Sanremo, si è spento a 83 anni in una casa di riposo di Castenedolo (Brescia), dove era ricoverato da tempo per i tanti acciacchi che la vita non risparmia neppure ai grandi campioni. E lui, Michelino, campione lo era davvero: di coraggio, incoscienza e fantasia. In bicicletta era un magnifico anarchico che attaccava sempre. Aveva l’istinto. In più, quando pedalava, era davvero elegante».

Forte corridore su tutti i terreni, meno che in salita, e nonostante questo Dancelli è stato capace di conquistare 73 vittorie dal 1963 al 1974, negli anni in cui Eddy Merckx faceva il Cannibale e il gruppo era popolato da fenomeni (di classe pura) come Roger De Vlaeminck, Felice Gimondi, Vittorio Adorni, Gianni Motta. Dancelli vinse due volte il titolo italiano, indossò la maglia rosa per 14 giorni e conquistò 11 tappe al Giro d’Italia.

Fra i tanti che gli hanno voluto bene c’è Mario Molteni, figlio del fondatore di quella squadra mirabile LA MOLTENI, che mette ancora i brividi quando si legge su una maglia da ciclista, che ha fatto la storia del ciclismo. Le sue parole restituiscono con chiarezza il carattere di Michele Dancelli:

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«Ha smesso di soffrire. Mi dicono che ormai fosse pelle e ossa. Era un amico di quelli che si dice siano di famiglia. A Pasqua e a Natale chiamava sempre per gli auguri e, fino a sei o sette anni fa, ha partecipato regolarmente al raduno “ciclistico” annuale in ditta. Ogni volta mi si avvicinava per ricordarmi che era in debito con noi: lo diceva sempre, per me era diventato un ritornello che ascoltavo fingendo di non ricordarlo, solo per compiacerlo, tanto era bello sentirglielo raccontare ogni volta senza cambiare una virgola. Perché l’aneddoto era e resta un pezzo di storia familiare di ciclismo: dopo un Campionato italiano vinto, credo il primo, i miei genitori lo invitarono a casa per festeggiarlo e, uscendo, gli misero nella tasca della giacca una busta con un milione di lire. Lui mi diceva ogni santa volta: “Mario, con quella busta ho costruito la mia casa”.

Se c’è una corsa rimasta negli occhi e nel cuore di tutti è la Sanremo vinta da Dancelli: un successo che poteva essere di qualsiasi squadra, una vittoria per tutti, perché era un italiano che vinceva la Classicissima di primavera». Mario Molteni, oggi presidente della Fondazione Molteni, figlio del patron di una delle più grandi squadre di ciclismo degli anni Sessanta e Settanta, racconta così un campione che era prima di tutto una persona.

La gente del ciclismo, fra Brescia e Bergamo, ha frequentato a lungo questo campione “del popolo”. Lo testimoniano anche le parole di Beppe Manenti, ex azzurro del ciclismo, legato a Dancelli da un’amicizia vera:

«Ricordo benissimo tre particolari. Quando avevo circa 14 o 15 anni ero forte e poderoso in bicicletta, e due dei miei tifosi più cari arrivarono a dire che avrei avuto una carriera come la sua, come quella di Michele Dancelli. Purtroppo li ho delusi: Dancelli ha vinto praticamente tutto in Italia e si è distinto anche in Europa».

«Fra i ricordi più belli conservo poi un racconto che mi fece il massaggiatore di Roger De Vlaeminck, spiegandomi come – secondo lui – vinse la Milano-Sanremo e il motivo per cui la diretta Rai venne inaspettatamente interrotta sul Poggio. Lascio immaginare il perché».

Infine, guardando una foto della Granfondo di Bergamo, è impossibile non ricordarlo accanto a Felice Gimondi: «Lo invitammo più volte alla nostra granfondo – racconta Manenti – in particolare nel 2000, perché la rievocazione era dedicata al Mondiale di Barcellona 1973, dove lui fu il vero e fidato costruttore della vittoria di Gimondi».

Michele Dancelli il primo da destra

L’anno dopo fu la rievocazione del Campionato italiano e anche per lui preparammo una maglia da campione italiano. In occasione del decennale della granfondo, nel 2005, partecipò indossando la maglia tricolore e, nel 2006, preparammo per lui una maglia “simbolica” della Milano-Sanremo».

”Per me è stato un mito” è la sintesi di un ricordo e di un tifoso che forse non ti aspetti: Paolo Rosola, bresciano guarda un po’, cavallo pazzo delle volate, del Giro soprattutto. Oggi impegnato ancora nel ciclismo – di famiglia con i suoi figli in bicicletta – i Pezzo Rosola sempre più vincenti – e con una passione per la bicicletta che è inesaubile e, forse, figlia di miti di un ciclismo che non c’è più ma resta nel cuore. Il ciclismo di Michele Dancelli.

Luciana Rota
Luciana Rota
Cresciuta alla scuola del giornalismo della gavetta, quella dei Rota nello sport, con papà Franco (firma de La Notte) e con zio Nino (firma de La Gazzetta dello Sport) è contributor di diverse testate e scrive soprattutto di sport di endurance, turismo attivo, vino, salute e anche di benessere. Ha maturato una lunga esperienza nel mondo dello sport olimpico, anche come consulente di alcune Federazioni (Federciclismo, Federazione Italiana Sport Equestri), ma ha seguito anche Pugilato, Sci Nautico, Triathlon e Scherma. Ama tutto il mondo dello sport all’aria aperta e la cultura della fatica, anche quella che ci porta a guardare con rispetto alla montagna. Ha una vera passione per la storia dello sport e del ciclismo in particolare.

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