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Milan, l’azzardo di Cardinale: via tutti, il futuro torna nelle mani di Ibra

La proprietà del Milan, nella persona di Gerry Cardinale, dopo la sconfitta contro il Cagliari e la mancata qualificazione alla Champions League ha azzerato il vertice operativo dell’area sportiva e gestionale della formazione milanese.

Si tratta di una decisione, per come è stata realizzata — a meno di 24 ore dalla cocente delusione — che ha pochi esempi nella storia sportiva. A casa quindi Max Allegri e i dirigenti Giorgio Furlani, Igli Tare e Geoffrey Moncada. Resta in sella, anzi è più corretto affermare che torna in sella Zlatan Ibrahimović. Non da dirigente organico dell’area tecnica, ma da consigliere speciale della proprietà, quello che sceglierà i nuovi vertici, a cominciare dall’allenatore.

La fretta non è una buona consigliera, mentre il passato dovrebbe aiutare a capire il presente. Se il Milan di quest’anno aveva l’ingrato e difficile compito di entrare in Champions, infatti, lo deve al clamoroso fallimento della stagione scorsa, quando non è riuscito a qualificarsi per nessuna competizione europea. Al vertice di quel club, di fatto, era proprio Zlatan che in una famosa intervista su Sky, quando la squadra rossonera navigava già in pessime acque, ebbe a dichiarare: “Io sono il boss e comando io: tutti gli altri lavorano per me”. Poi tutti hanno visto com’è andata a finire: ottavo posto finale, Fonseca e poi Conceição incapaci di mettere ordine in uno spogliatoio quanto mai bizzoso. Ricordo che l’anno precedente, prima che Ibrahimović diventasse il riferimento politico-sportivo più esposto della gestione RedBird, con Pioli il Milan aveva conquistato il secondo posto.

Tutto questo per dire che la decisione di Cardinale di liquidare tutti e affidarsi ancora a quello che fu un grande calciatore ma fino ad oggi un incerto dirigente mi appare la meno saggia che potesse prendere. Sperare che il Milan facesse quanto realizzato da Conte con il Napoli, ovvero lo scudetto l’anno successivo a un pessimo piazzamento in campionato, non mostra né competenza né lungimiranza. Conte e Allegri sono diversi, nei pregi e nei difetti. Il tecnico pugliese è l’uomo del ‘mordi e fuggi’, capace di alzare la tensione al massimo nei suoi giocatori nel breve. Una tensione che logora e che pertanto dura lo spazio di una-due stagioni. Il coach toscano, invece, entra meno nel cuore dei giocatori ed ha bisogno di maggior tempo per portare risultati. Tempo che Cardinale, però, non gli ha concesso.

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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