EditorialiMondiale 2026, visti e politica Usa oscurano la festa del calcio

Mondiale 2026, visti e politica Usa oscurano la festa del calcio

Gianni Infantino, presidente della FIFA
Gianni Infantino (fonte FIFA)

Eravamo stati facili profeti a gennaio quando denunciammo il rischio che gli Usa a trazione Trump potessero minare le basi di un evento sportivo globale, pensando chiaramente ai Mondiali che iniziano domani e alle, poi non così lontane, Olimpiadi LA2028. Allora il poco democratico sistema di visti ed ingressi statunitense aveva impedito ai campioni del mondo U20 di cross country dell’Etiopia di difendere il titolo, negando il visto a tutti gli atleti.

I mondiali che partono domani con la partita Messico SudAfrica nascono sotto la peggiore stella. La foglia di fico dei visti concessi ai giocatori Iraniani, rappresentanti di un paese aggredito dagli Usa, non copre la mancanza di autorizzazioni al resto della delegazione, a cominciare dal presidente della stessa federazione persiana e il ritiro della quota biglietti spettante all’Iran (8%) da mettere a disposizione dei tifosi.

Il caso più noto è quello di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo designato per il Mondiale e poi escluso dopo il mancato ingresso negli Stati Uniti. Artan, eletto miglior arbitro africano del 2025, è stato respinto dalle autorità americane e non potrà dirigere nella competizione. Reuters riferisce che il direttore di gara è stato bloccato dalla U.S. Customs and Border Protection e che la FIFA ha confermato la sua impossibilità a prendere parte al torneo.

La vicenda ha avuto un forte impatto simbolico. Al rientro a Mogadiscio ha ricevuto un’accoglienza da eroe e, siamo certi, alimentato quel sentimento antiamericano che ormai germoglia con sempre crescente intensità in tutto il mondo.

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Nelle scorse ore hanno fatto discutere le immagini diventate virali che ritraggono i componenti di diverse spedizioni sottoposti a controlli di sicurezza particolarmente rigidi. Il caso ha riguardato il Senegal, controllato direttamente sulla pista dell’aeroporto, l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro, sottoposto a controlli con metal detector e cani antidroga prima di un’amichevole contro l’Olanda a New York, e il Belgio. È circolata una foto di Kevin De Bruyne seduto su una sedia durante un controllo con metal detector, incluso il passaggio sotto le scarpe. Un episodio simile, pur con esito diverso, ha riguardato Aymen Hussein, attaccante dell’Iraq. Secondo Reuters, il giocatore è stato trattenuto e interrogato per quasi sette ore all’aeroporto O’Hare di Chicago, prima di essere ammesso negli Stati Uniti. Il fotografo della delegazione irachena, invece, sarebbe stato respinto dopo oltre dieci ore di controlli.

Che la FIFA stia pagando la propria subalternità a Trump, sempre meno sopportato nel mondo ed anche nel suo paese (prova ne è la valanga di fischi che l’hanno accolto al Madison in occasione della Gara 3 delle Finals NBA) è fatto ormai acclarato. Come anche che il presidente Infantino si è prostrato alla politica Usa per il mondiale e per conservare l’egemonia in seno alla Federazione internazionale.

In questo contesto la denuncia presentata da Michel Platini contro il presidente Infantino, proprio alla vigilia del Mondiale, assume il significato di un gesto addirittura rivoluzionario. L’ex numero uno della UEFA ha avviato azioni civili e penali in Francia contro FIFA e Infantino, accusando manovre legate alla vicenda del 2015 che gli impedì di candidarsi alla presidenza del calcio mondiale. La storia nasce dal pagamento di due milioni di franchi svizzeri ricevuto nel 2011 da Joseph Blatter, caso che portò alla squalifica di Platini e aprì la strada alla successiva elezione di Infantino. Platini e Blatter sono stati poi assolti dalla giustizia svizzera.

Alla luce di tutto questo il risultato sportivo passa inevitabilmente in secondo piano e lascia prefigurare scenari ancora peggiori per quanto riguarda le Olimpiadi del 2028 se non cambia radicalmente l’approccio Usa nei confronti del resto del mondo. Cosa di cui dubitiamo fortemente.

Il Mondiale, così com’è cominciato e si annuncia, non ci piace. Chi come noi crede che un evento sportivo debba essere un grande messaggio di integrazione avrà difficoltà a seguire l’evento con il coinvolgimento che merita anche solo per raccontarlo in modo adeguato. L’unica speranza è che possa vincere una cenerentola in grado portare una ventata di novità e sincera passione; SudAfrica, Marocco o, perché no, Iran.

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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