
Si è chiusa a Seul un’edizione dei Campionati Mondiali di arrampicata sportiva che resterà negli annali non solo per l’intensità delle prove, ma anche per la conferma di una disciplina in piena crescita. Per l’Italia è stato un torneo fatto di luci e di qualche ombra, con piazzamenti importanti e la sensazione che il movimento stia ormai bussando con insistenza alle porte dell’élite internazionale.
Placci, l’uomo-sorpresa della Lead
Il volto simbolo della spedizione azzurra è stato senza dubbio Giovanni Placci. Dopo una stagione di Coppa del Mondo trascorsa spesso a ridosso dei migliori, a Seul è arrivata la consacrazione: una semifinale condotta con precisione e determinazione lo ha proiettato nella sua prima finale mondiale. In un contesto dominato dal padrone di casa Dohyun Lee e dai giapponesi Yoshida e Homma, Placci ha avuto la maturità di giocarsela fino in fondo, chiudendo con un ottavo posto che vale quasi quanto una medaglia. Per l’Italia della Lead è un risultato che conferma la bontà di un lavoro tecnico che negli ultimi anni sta dando frutti.
Laura Rogora, nona a pari merito con la francese Avezou ma esclusa dalla finale per un dettaglio regolamentare, ha invece lasciato Seul con un pizzico di amaro in bocca. La romana avrebbe meritato l’accesso all’atto conclusivo, soprattutto dopo la stagione che le è valsa il bronzo nella classifica generale di Coppa del Mondo. Dietro di lei, Filip Schenk e gli altri hanno mostrato solidità, confermando una presenza costante in semifinale che fino a pochi anni fa era impensabile.
Moroni e la scuola italiana del Boulder
Il Boulder, specialità che più di tutte esalta la creatività e la capacità di adattamento, ha avuto in Camilla Moroni la protagonista azzurra. La genovese, con una qualifica brillante chiusa in settima posizione, ha dimostrato di poter stare stabilmente tra le migliori del mondo. In semifinale non è riuscita a ripetersi, chiudendo diciannovesima, ma resta la certezza che il talento non manca e che con maggiore continuità potrà ambire a qualcosa di più.
Il settore maschile, guidato da Matteo Reusa, ha vissuto un Mondiale di rodaggio: i punteggi in qualifica sono stati incoraggianti ma non sufficienti per entrare in semifinale. È il segno che la strada intrapresa è giusta, ma servirà un salto di qualità per avvicinarsi ai livelli di un Anraku, nuovo campione del mondo, o di una Janja Garnbret capace di imporsi in entrambe le specialità.
Colli e Zurloni, la velocità come promessa
La Speed, da sempre terreno favorevole per i colori azzurri, ha regalato sensazioni forti. Beatrice Colli ha trovato la sua giornata migliore proprio a Seul, firmando un 6’’89 che è uno dei migliori crono italiani di sempre. La sua corsa si è fermata agli ottavi, ma il dodicesimo posto mondiale la consacra tra le atlete più veloci del circuito.
Tra gli uomini Matteo Zurloni ha confermato di avere numeri da top rider. Dopo un 4’’99 in qualificazione che lo ha proiettato tra i primi sei, il milanese è stato eliminato agli ottavi per un solo centesimo dal rivale spagnolo Noya Cardona. Undicesimo posto finale e tanta fiducia per il futuro, in una specialità che ha visto cadere record e aprire nuovi scenari con il titolo mondiale del cinese Jianguo Long.
Un movimento in crescita
Il bilancio complessivo parla di una Nazionale capace di portare atleti in finale in Lead e in Speed, di avvicinarsi al podio in più di una specialità e di mantenere una presenza costante nelle zone medio-alte delle classifiche. La distanza dai vertici assoluti c’è ancora, ma si è ridotta sensibilmente.
L’arrampicata italiana esce da Seul con la consapevolezza di essere sulla strada giusta. Il lavoro dei tecnici, la diffusione crescente della disciplina sul territorio e l’emergere di una nuova generazione di scalatori stanno producendo risultati concreti. Non è più utopia immaginare un’Italia capace di lottare per le medaglie anche ai Mondiali, e l’appuntamento di Seul lo ha dimostrato con chiarezza.
