
L’Italia torna a casa dal Mondiale dopo l’80-82 contro l’Australia e lo fa con una sensazione difficile da cancellare: questa Nazionale poteva andare più avanti; molto più avanti. Resta il dato positivo del ritorno tra le prime dodici del mondo a 32 anni dall’ultima partecipazione iridata. Resta la capacità di giocarsela contro avversarie che occupano stabilmente i primi posti del ranking. Resta anche quel -7 complessivo ricordato da Andrea Capobianco nelle ultime sfide contro Belgio, Stati Uniti e Australia. Poi c’è il rammarico. Grande. Per almeno tre motivi. Il primo non dipendeva dalle Azzurre. Gli altri due sì.
Il primo è Italia-Stati Uniti. Una partita che l’Italia aveva costruito per vincere e che un arbitraggio semplicemente inaccettabile ha indirizzato pesantemente. Il dato dei liberi, 30 per gli Stati Uniti contro 20, racconta soltanto una parte della serata. Ancora più evidente era stata la diversa lettura dei contatti nei momenti decisivi. Quel 52-55, però, non è stato soltanto una sconfitta di tre punti. Alla luce di ciò che è accaduto dopo, è diventato la vera sliding door del Mondiale azzurro.
Infatti battere gli Stati Uniti avrebbe consegnato all’Italia una quantità enorme di energia e di convinzione. Avrebbe cambiato classifica, prospettive e probabilmente anche il seguito del torneo. Invece le Azzurre sono uscite da quella battaglia stordite e contro la Cina, ventiquattro ore dopo, si è visto. Quella partita è il secondo rimpianto ed è tutto nostro.
Contro la Cina l’Italia ha giocato probabilmente la peggior partita del suo Mondiale. Ha rinunciato troppo presto ad attaccare l’area, proprio contro una squadra che aveva nei lunghi uno dei punti di forza. Si è rifugiata ossessivamente nel tiro dalla distanza, chiudendo con un desolante 2/17 da tre. Non è stata soltanto una serata storta al tiro. È stata una scelta tattica reiterata anche quando era evidente che non funzionava. La Cina ha protetto il ferro, controllato i rimbalzi e costretto l’Italia a giocare la partita che voleva. Le Azzurre sono precipitate subito sul 7-23 e non ne sono più uscite. Quel modo di affrontare la partita ha aperto un baratro, soprattutto, ha lasciato una traccia perché anche contro l’Australia l’Italia ha impiegato tre quarti per capire quale fosse la strada.
Le Opals hanno preso il controllo già nel primo periodo, chiuso 26-13, e nel terzo quarto sono arrivate addirittura sul +26, 64-38. A quel punto la partita sembrava finita. Poi, improvvisamente le ragazze di Capobianco hanno ricominciato a fare ciò che sanno fare. Hanno aumentato l’aggressività, attaccato il canestro, corso, difeso, giocato senza paura. Costanza Verona ha trascinato le compagne e l’ultimo quarto è diventato quasi irreale con un parziale di 31 a 13 per le Azzurre. Verona ha infilato la tripla del 77-77 a 69 secondi dalla fine, completando una rimonta che sembrava impossibile. L’Italia ha avuto perfino il pallone per mettere la testa avanti. Alla fine Blasigh ha segnato la tripla del -1 e, dopo l’1/2 di Borlase dalla lunetta, il tiro di Pasa per mandare la partita ai supplementari ha girato sul ferro ed è uscito. Siamo sinceri, un epilogo così fa male, molto. Però paradossalmente quell’ultimo errore quasi restituisce una logica alla partita. Perché l’Italia non ha perso sull’ultimo tiro ma nei primi trenta minuti.
Se una squadra è capace di recuperare 26 punti all’Australia, significa che possiede qualità, talento e carattere per giocare alla pari con l’Australia ed è proprio questo a rendere più pesante l’eliminazione. Per tre quarti le Azzurre hanno continuato a compiere scelte che non stavano funzionando. Hanno attaccato poco il ferro, concesso alle Opals di prendere ritmo e lasciato che la partita scivolasse via. Solo quando non c’era più nulla da perdere hanno cambiato registro.
Qui la responsabilità non può essere attribuita soltanto alle giocatrici. Va condivisa anche con la panchina. Se una squadra cambia completamente faccia nell’ultimo quarto, significa che esistevano alternative tecniche e tattiche. Sono arrivate troppo tardi. Capobianco ha detto che quando «l’anima trascina il talento» questa Italia può diventare la squadra capace di recuperare 26 punti a una delle Nazionali più forti del mondo. È vero. Proprio per questo resta una domanda: perché quell’anima si è vista soltanto quando la partita sembrava già perduta?
Il Mondiale dell’Italia si chiude così con una vittoria, contro la Cechia, e tre sconfitte contro Stati Uniti, Cina e Australia, tutte formazioni comprese nelle prime quattro posizioni del ranking mondiale. Il risultato dice prime dodici del mondo, ed è un passo avanti importante rispetto al nulla degli anni passati, ma la sensazione è che avremmo potuto tranquillamente fare meglio con un po’ di fortuna e scelte migliori. Contro gli Stati Uniti qualcuno ci ha tolto qualcosa, contro Cina e Australia, invece, ce lo siamo tolto da soli. Questo è il rimpianto più grande.

