Moto – Le tragedie di Tomizawa e Lenz scoprono il volto ipocrita della stampa

Non è la prima volta che un incidente in gara provochi la morte di un centauro. A fare scalpore, almeno nel caso del giovane Lenz, è stata l’età (13 anni), e il modo di comunicare il decesso da parte del padre, attraverso Facebook. A distanza di pochi giorni la tragedia si è ripetuta con Tomizawa. Quanti erano riusciti a sottrarsi alle parole di circostanza nella prima occasione, non sono riusciti a tacere nella seconda e hanno contribuito al mare di banalità ed ipocrisie del caso.
A cosa mi riferisco? Tutti hanno sottolineato il cinismo del “circo” che prevedeva la continuazione dello spettacolo. Sicuramente fuori luogo le premiazioni e i festeggiamenti sul podio della moto GP. Ma quanti hanno puntato il dito verso l’insensibilità degli organizzatori non hanno potuto fare a meno di riportare cronaca e nome di vincitori, tempi e prestazioni. Se sono insensibili i primi (organizzatori), va da se che lo sono anche i secondi (media.
I giornali e le tv hanno di solito poca cultura sportiva e si omologano a quello che vogliono i tifosi. Pensano che lo sport sia qualcosa di diverso dalla vita normale, qualcosa di bello, affascinante e completamente avulso dal resto del mondo. Questa visione dello sport (di qualsiasi sport, soprattutto quelli più seguiti) è funzionale alla necessità del divertimento e dello svago che gli spettatori (e non gli sportivi) cercano. Se mi diverto passivamente a guardare una corsa di auto o una partita non mi va di pensare a tanti problemi, alla morte, al rischio, allo sfruttamento dei bambini, alle politiche sociali o altro. Mi va di guardare la partita, staccare il cervello e pensare solo al risultato.
Così si carica lo sport di valenze utopiche. Ma in realtà non è così. L’attività sportiva è una componente fondamentale, suggestiva e a volte anche stancante della vita di tutti i giorni. Da questa trae ragione e ne è contaminata. Pertanto non è migliore di una normale attività lavorativa, di un impegno scolastico o di un obbligo sociale. Dipende sempre da chi la svolge.
Troppo difficile? Non tanto. Arriviamo al dunque. Ci scandalizziamo del genitore che manda il figlio a morire a 13 anni su una moto. Meno, molto meno dei tanti bambini morti in bicicletta sulle strade travolti da qualche pazzo automobilista. Gli ipocriti potrebbero dire: in moto te la cerchi, in bici sei una vittima. Un sofismo: si tratta sempre di sport pericolosi e statisticamente, purtroppo, sono di più le giovani vittime della bici che delle moto.
Che dire, poi, dei tre/quattro morti sul lavoro che ogni giorno si registrano in Italia (un primato europeo veramente umiliante)? Sono forse un’altra cosa rispetto a Tomizawa, almeno scomparso durante un’attività a lui piacevole?
Perché il Corriere della Sera in un infelice articolo di Paolo Di Stefano parla di “rischi prematuri”, “genitori silenti” ed altro? Un rischio è sempre “prematuro” o inutile, anche e soprattutto quando sei per ore davanti ad un semaforo a chiedere l’elemosina o a lavare vetri. Oppure chiuso a casa in attesa che i tuoi tornino dal lavoro perché la scuola non è ancora iniziata. Oppure mentre aiuti mamma e papà al negozio. Oppure sul sedile posteriore di un auto: sempre più rischioso (statistiche alla mano) che gareggiare in moto. Che dire poi dei genitori silenti? Lo siamo sempre, quando portiamo i nostri figli a nuoto o rugby, calcio o tennis, basket o pallavolo. Magari senza aver fatto una visita dal medico sportivo o sperando in cuor nostro che un giorno il pargolo diventi come Federer. Silenti e sostenitori dei propri piccoli in bici, lungo le strade di un paese (il nostro) costruito e pensato solo per le macchine e mai per bici e pedoni. Marchionne non era ancora nato, la FIAT aveva già vinto: in Italia non ti puoi spostare che in macchina. Il dito, però, va puntato solo verso il papà di Lenz.
Ma poi mi piacerebbe sapere se esiste una statistica degli sport più pericolosi. Le mamme si mettono le mani nei capelli quando pensano al proprio figlio su un campo da rugby, così lo mandano a calcio: stessi traumi, stesse botte ma un’educazione diversa… Altre non possono pensare all’Arrampicata Sportiva (sport in crescita di praticanti): “farlo salire su un muro? Sei matto!”. Al mare, però, si addormentano sulla sdraio dopo pranzo e il figlio lo ripescano con la congestione in atto. Oppure se ne vado in montagna ad oltre 2400, lungo una ferrata: “tanto il sentiero è segnato!”.
La verità è che dallo sport ci aspettiamo un’etica che non applichiamo nella vita di tutti i giorni. Come questo sia possibile, essendo noi gli stessi protagonisti di entrambe le attività, non si capisce. A noi non importa, ci sediamo sul sofà con il telecomando in mano, pronti per il via della bandiera a scacchi, nella inconscia, recondita speranza che succeda qualcosa, magari anche un incidente. Naturalmente senza danni per le persone. Altrimenti l’ipocrisia ne perderebbe.

AU

Lascia un commento

La tua email non apparirà

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.