Muhammad Ali, il più grande, il più forte.. il mito

Perché è stato senza ombra di dubbio il più grande sportivo di tutti i tempi e uno degli uomini più importanti del '900?

Muhammad Ali, il più grande, il più forte.. il mito

E’ scomparso il più grande sportivo di tutti i tempi, come i maggiori commentatori hanno sottolineato, a cominciare da Focus Storia che nel 2009 l’ha indicato quale “sportivo del ‘900” o la Gazzetta dello Sport che, nei suoi recenti Award, l’ha eletto il “più grande Sportivo di ogni epoca”. Capire perché Cassius Clay, questo il suo nome da schiavo, Muhammad Ali da uomo libero, sia diventato uno degli uomini più importanti del ‘900 è un esercizio semplice ma complicato allo stesso tempo.

La semplicità è nella constatazione che i successi sportivi sono stati solo una parte di una figura in grado di attirare l’attenzione del Mondo su temi d’importanza fondamentale quali la libertà, la dignità e i diritti universali. Complesso è capire quali meccanismi culturali hanno permesso che tale importante figura sia stata incarnata da uno sportivo e non da un leader politico o religioso. Perché, chiariamo un concetto: quanto realizzato da Muhammad Ali non ha uguali, dal punto di vista sociale, se non forse nell’opera di Ernesto Guevara.

I successi sportivi hanno solo sfiorato la sua grandezza. Certo, i tre titoli mondiali conquistati rappresentano una lezione per ogni campione e un record ancora difficile da battere: “Non c’è nulla di male a cadere, l’importante è rialzarsi“. E lui l’ha fatto sempre, con una forza che gli derivava da una fede mai bigotta e un rispetto per tutte le culture. Per questo alcuni dei suoi incontri più belli e significativi si sono svolti fuori dagli States, in Jamaica, Zaire, Filippine. Una forma di rispetto sportivo per un pubblico che lo amava sin dalla prima grande vittoria, a Roma nel 1960.

Che poi quella medaglia olimpica sia stata scagliata veramente nel fiume Ohio oppure persa maldestramente un anno dopo la vittoria, non cambia il significato della parabola sportiva dell’uomo nato a Louisville il 17 gennaio 1942. La vittoria di Roma, per opera di Cassius Clay, non aveva il valore di quelle che avrebbe, di lì a qualche anno, conquistato Muhammad Ali. La vittoria di uno “zio Tom” (come chiamò per tutta la durata dell’incontro Foreman nella storica The Rumble in the Jungle) non ha valore, perché frutto di un uomo non libero di scegliere, non consapevole di sé, della sua storia, del suo compito. Giusto, in questa logica da “hombre vertical”, quindi, gettarla via; non riconoscerla. Inizia con quel gesto, favoleggiato e forse neanche mai avvenuto, la “lunga marcia” di un condottiero che, partito per dare dignità alle proprie radici, finirà per dare dignità a tutti gli emarginati del mondo.

C’è qualcosa di profondamente rivoluzionario nell’affermare: “Io non ho nulla contro i Vietcong, nessuno di loro mi ha chiamato negro…“. Non solo il rifiuto per le “guerre degli altri”, ma soprattutto una dimensione internazionalista nella quale le nazioni spariscono, e con esse gli “interessi nazionali” che sono poi gli interessi dei soliti noti, per riconoscersi soltanto in chi vive la tua stessa condizione, aldilà del colore della pelle, anche se distante da te migliaia di chilometri e che parla un altra lingua.

Il percorso di salvezza che ha disegnato per il suo popolo è stato l’elemento centrale del suo agire. Il “suo popolo” è quello nero americano, alle prese con una difficile emancipazione negli anni in cui si discuteva ancora se fosse giusto che bianchi e neri potessero prendere l’autobus insieme e studiare nelle scuole comuni. Muhammad Ali è arrivato dove non arrivò Malcom X e dove non poteva arrivare Martin Luther King. Arrivò, veloce come un diretto, nello stomaco della nazione bianca e del mondo intero, dove “nazione bianca” sta per tutta la classe media occidentale. Ali è stato il primo e unico sportivo che ha portato la lotta di classe all’interno dello sport, trasformando uno scontro razziale in qualche cosa di più profondo. Da una parte i campioni (di ogni colore) amati e integrati nell’establishment, dall’altra chi lotta per se, per i suoi cari, per i suoi amici, per chi condivide la sua condizione, contro tutto e contro tutti.

In “Glory road” si racconta la storia dei Texas Western, la prima squadra di basket che schierò in maggioranza atleti neri e che vinse il campionato NCAA nel 1965-66. Nel difficile percorso di integrazione tra i giocatori, ad un certo punto i protagonisti spiegano: “Ci insegnano ad amare il bianco ed odiare il nero. Il colore nero significa essere tagliato fuori, ostracizzato. Il nero era male.. Hanno fatto l’angel cake bianco e il devil’s food cake color cioccolato. Il brutto anatroccolo è nero. E poi c’è la magia nera…” ne più ne meno le parole usate da Muhammad Ali in occasione di un’intervista. Questo per dire che senza Ali lo sport moderno non sarebbe stato lo stesso; non ci sarebbero stati i Texas Western, ma anche non avremmo potuto comprendere la parabola umana di Jessie Owens, il quale scelse di non gettare le sue medaglie nel Potomac, ma al quale fu negato, come ad Ali, di mangiare con i bianchi anche dopo i successi olimpici. Non ci sarebbe stato Tommie Smith e il suo pugno alle Olimpiadi del ’68 con tutto quello che ne conseguì.

Senza Ali, è forse questa è una delle lezioni umane più importanti, non ci sarebbe potuta essere The Rumble in the Jungle. Quanto accade il 30 ottobre del 1974 a Kinshasa è la più bella favola raccontata al mondo. Una lezione di vita e di sport che tutti i ragazzi dovrebbero conoscere. Da una parte Foreman, l’uomo dell’apparato, una montagna di muscoli e l’arroganza del potere. Dall’altra Muhammad Ali, che aveva rinunciato a soldi e titoli per non andare in guerra (“andateci voi…“), che aveva già conosciuto due delle 5 sconfitte in totali (Frazier e Norton), che parlava di Islam, libertà, radici e di … zio Tom. Atterrato a Kinshasa il popolo (non USA) aveva già scelto con chi stare… “Ali boma ye” gridava. E come nelle più belle favole, di quelle che si raccontano ai bambini prima di andare a dormire, che fanno tanto bene all’anima, l’intelligenza vinse contro la forza, la tecnica contro i muscoli, il buono contro il cattivo, il giusto contro i potenti, Davide contro Golia. Questa è la forza trasfigurante dello sport; questo è il motivo perché Alì è stato il più grande. Questo match si può paragonare ad un passo del vangelo, ad un verso del corano, ad un saggio di politica…

A George Plimpton che nel 1977 gli chiese come gli sarebbe piaciuto che le persone lo ricordassero il giorno che non ci sarebbe più stato, Muhammad Ali rispose: “Mi piacerebbe che dicessero: ha preso un paio di tazze di amore, un cucchiaio di pazienza, un cucchiaino di generosità, una pinta di gentilezza, ha aggiunto un quarto di risate, un pizzico di preoccupazione, mescolato con volontà e felicità e dopo aver aggiunto tanta fede, nell’arco della sua vita ha servito questo mix ad ogni persona meritevole che ha incontrato”.

Non c’è nulla dei roboanti proclami a cui era solito affidarsi in occasione degli incontri importanti, a quella saggezza mascherata di protervia (“Io sono il più grande“) che alcuni, soprattutto chi ancora bambino come il sottoscritto in quegli anni, non capivano.

In quell’epitaffio, che ha dettato lui stesso, c’è tutto Muhammad Ali, scomparso venerdì 3 giugno a Phoenix. Il più grande.

Antonio Ungaro

 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.