Nascita degli scacchi – Anche Dante citò la ‘leggenda dei chicchi di grano’

Continua l'affascinante viaggio sulle origini del gioco (o sport?) che ha affascinato il mondo e un numero sempre crescente di appassionati.

Abbiamo visto in un precedente articolo alcune leggende sull’ideazione del gioco degli scacchi, attribuita anche se indirettamente ad alcuni dei dell’Olimpo.

Abbiamo visto anche che nel corso dei secoli si è sempre cercato di attribuire l’ideazione del gioco a qualche personaggio ben definito, ma è è molto improbabile che gli scacchi possano essere stati invenzione di una sola persona e che siano nati da un giorno all’altro.

È più verosimile, come del resto sembrano confermare le scoperte archeologiche, che il gioco sia stato frutto di una evoluzione che probabilmente si protrasse per parecchi secoli, evoluzione in particolare di passatempi e giochi simili tra loro, spesso senza neppure sostanziali differenze tra le varie nazioni, che venivano conosciuti e scambiati attraverso i rapporti commerciali e via via migliorati e perfezionati.

Oggi allora vediamo un racconto che, anche se ovviamente un poco romanzato, dato che ancora una volta attribuisce ad un singolo l’ideazione del gioco degli scacchi, dovrebbe rispecchiare realmente il periodo in cui il gioco assunse una forma praticamente uguale a quella attuale.

Sicuramente si tratta del racconto più noto sulla ideazione degli scacchi ed è riportato in un antichissimo testo, composto verso il VII secolo d.C. e scritto in lingua ‘pahlavica’, ovvero in persiano antico: si tratta del “Vicarisn i catrang ut nihisn i nev-artaxser“, ovvero “invenzione e spiegazione del gioco degli scacchi”. Nel libro si legge: “La spiegazione del principio degli scacchi (satrang) è questa: è cosa mediante intelligenza, in conformità di quanto è stato detto dai saggi – la vittoria su chi è potente va ottenuta con la mente.”

Vari reperti archeologici confermano che il gioco degli scacchi – in una forma molto simile a quella che conosciamo noi oggi – risale all’epoca di re Khusraw II Parviz (590-628 d.C.) uno degli ultimi sovrani (shah, in italiano ‘scià’) di Persia. Era di stirpe sàsànide ed è noto per aver conquistato e annesso al suo regno Damasco e Gerusalemme tra il 613 e il 614. Dopo di allora la Persia, attuale Iran, conobbe quasi quindici anni di pace e di tranquillità; si può dire in pratica che in quel periodo gli scacchi conclusero una evoluzione secolare e trovarono una sistemazione quasi definitiva assumendo molte delle caratteristiche attuali.

Secondo il racconto, Khusraw – o Re Cosroe – non avendo più l’età per i principali “passatempo” dell’epoca che erano soprattutto la caccia, l’andare a cavallo e l’intrattenimento con le donne dell’harem, faticava a trascorrere le giornate e spesso si annoiava, per cui aveva chiesto ai suoi dignitari di inventare qualcosa che lo aiutasse a passare il tempo in modo piacevole. E finalmente il più giovane dei dignitari, Sussa ibn Dahir al-Hindi, da tutti conosciuto come Sissa, si presentò, stese a terra un tappeto sul quale aveva disegnato un “reticolato” composto da 64 piccoli quadrati, poi estrasse via via delle statuine spiegando che rappresentavano schematicamente due eserciti contrapposti pronti alla battaglia. La conformazione dell’esercito presentata da Sissa era ovviamente stabilita secondo la concezione  dell’epoca, quindi guerrieri a piedi, truppe a cavallo e su elefante, carri per il trasporto delle vettovaglie e delle salmerie e poi il sovrano con il suo generale. Sistemò quei pezzi e cominciò a spiegare le regole del movimento di ciascuno e lo scopo del “gioco”, che era evidentemente uccidere il re (lo scià) nemico. Chi fosse riuscito avrebbe potuto gridare “Shah mat!”, “il Re è morto!”

E proprio dall’espressione “Shah mat!” per assonanza deriverà “scacco matto!”.

Il racconto dell’antico testo persiano si limita alla presentazione del gioco, e non accenna ad una ricompensa per Sissa, mentre la tradizione abbina una ben nota conclusione di sapore matematico secondo la quale Sissa avrebbe chiesto come ricompensa ‘semplicemente’ dei chicchi di grano: in realtà il racconto si è arricchito in tal senso solo svariati decenni dopo, quando il gioco degli scacchi si diffuse tra gli Arabi, e il perché lo scopriremo più avanti. Seguiamo intanto quella che è nota come “la leggenda dei chicchi di grano”.

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“Hai realizzato un passatempo bellissimo, disse re Khusraw a Sissa, ora le mie giornate saranno di nuovo interessanti e di certo non mi annoierò più! Per questo meriti un premio, chiedi quello che vuoi e sarà tuo”.

“Mio signore, rispose Sissa, vorrei del grano. Fai porre un chicco sulla prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza e così via sempre raddoppiando, fino alla sessantaquattresima e ultima.”

Il re lo guardò stupito. Sissa avrebbe potuto chiedere oro, gioielli, donne, cavalli, terreni e mille altre cose: invece si accontentava solo di un po’ di grano. Khusraw, che dopo la presentazione del gioco aveva considerato Sissa un vero genio, cominciò a ricredersi sul suo dignitario, anche se sotto sotto era ben contento della richiesta, che gli sembrò particolarmente modesta e che non sembrava poter intaccare il suo pur ingente patrimonio. Chiamò quindi subito il Gran Ciambellano e gli ordinò di dare il grano a Sissa secondo le sue istruzioni….

La conclusione è nota: ben presto i granai furono completamente vuoti e solo una piccola parte della richiesta di Sissa era stata esaudita! Per soddisfarla completamente, infatti, è stato calcolato che si dovrebbe coltivare tutta la superficie terrestre per almeno cinque volte e forse non basterebbe!

Il numero dei chicchi dal punto di vista matematico è infatti 2 elevato alla 64esima potenza meno 1, per la precisione 18.446.744.073.709.551.615. Un racconto che ha colpito la fantasia degli uomini di tutte le epoche.

Anche Dante ne rimase affascinato, tanto che nella Divina Commedia menziona gli scacchi nel XXVIII canto del Paradiso (versi 91-93) e per dare l’idea dell’infinito numero delle schiere angeliche utilizza il paragone con il «doppiar degli scacchi». Vediamo la terzina:

“L’incendio suo seguiva ogni scintilla;
ed eran tante, che’l numero loro
più che’l doppiar de li scacchi s’immilla”

Nicola Zingarelli (1860-1935), studioso di Dante ma assai più noto come autore del Vocabolario della lingua italiana, affermò che “l’impronta tutta dantesca della similitudine deve far credere ad una esperienza propria dell’Alighieri  in ordine alla conoscenza del gioco degli scacchi”.

Ma perché si arrivò ad aggiungere al racconto dell’invenzione degli scacchi la leggenda dei chicchi di grano? Il motivo è che il gioco degli scacchi ebbe la sua prima vera grande diffusione  quando fu conosciuto dagli Arabi, che lo appresero appunto dai persiani. Il gioco affascinò a tal punto tutta la popolazione da assorbire tutto l’interesse e le energie di chi giocava, cosi da distogliere da ogni altra attività e quindi anche dagli obblighi religiosi. Di conseguenza i sacerdoti dell’epoca  cominciarono ben presto ad osteggiare gli scacchi, anzi l’ostilità delle “autorità religiose” verso gli scacchi nacque sin dai tempi in cui a Bisanzio e presso i califfi di Baghdad si cominciò a favorire il gioco, spesso appunto a danno dell’ osservanza degli obblighi della fede. L’ipotesi che un nuovo ‘dio’ potesse offuscare l’importanza della religione, provocò la condanna degli scacchi, anche se non cosi netta, almeno all’inizio, come quella per i giochi d’azzardo veri e propri, come i dadi e in subordine il ‘nard’, ovvero il predecessore del back-gammon.

A quel punto per evitare la possibile condanna religiosa si pensò di  evidenziare al massimo l’aspetto matematico degli scacchi: un primo passo fu appunto la leggenda dei chicchi di grano.

Un altro problema che venne posto quasi subito fu “il giro del Cavallo”, cioè la possibilità di far percorrere al Cavallo tutta la scacchiera toccando tutte le caselle una volta sola.

Precursore di questa idea fu la scuola che si sviluppò a partire  dal VI secolo, e in particolare il famoso matematico Mohammed ben Musa, di origine persiana, dagli arabi detto “el Kuarezmi”,  (al-Khwarizmi) appellativo da cui derivò il termine ‘algoritmo’, mentre dalle prime due parole con cui incomincia il suo principale libro di aritmetica è derivato il termine ‘algebra’.

E poi anche l’altro celebre matematico, di origine indiana, Brahamagupta, che elaborò tra l’altro le progressioni algebriche e geometriche e che per questo è considerato l’ideatore della leggenda dei chicchi di grano.

Adolivio Capece

Redazione
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