
Philadelphia ha messo insieme LeBron James, Joel Embiid, Jaylen Brown e Tyrese Maxey. I nomi bastano quasi da soli a spiegare perché i Sixers siano diventati una delle squadre più attese della nuova stagione NBA. La domanda, però, è altrettanto semplice: come farli giocare insieme?
È questo il punto attorno al quale ruota il nuovo corso di Philadelphia. LeBron arriva per quella che sarà la sua 24ª stagione NBA e apre un altro capitolo di una carriera che lo ha già portato a vincere con Miami, Cleveland e Los Angeles. Jaylen Brown lascia Boston dopo dieci anni, un titolo e un premio di MVP delle Finals. Embiid resta il centro tecnico della squadra. Maxey, reduce da una stagione All-NBA, è ormai molto più di un semplice complemento. Il risultato è un quintetto potenzialmente devastante, completato da VJ Edgecombe, ma anche un esperimento nel quale equilibri, gerarchie e disponibilità fisica saranno determinanti.
La prima indicazione è arrivata dal Media Day dei Sixers. LeBron ha utilizzato una parola precisa: sacrificio.
“Se vogliamo raggiungere qualcosa di veramente importante, dovremo sacrificare qualcosa tutti insieme”, ha spiegato. Il concetto è semplice: meno tiri per ciascuno, meno bisogno di avere sempre il pallone, più energia da investire in difesa, nei rimbalzi e nei possessi che non finiscono nelle statistiche individuali. È probabilmente qui che si gioca una parte importante della stagione di Philadelphia.
James non è arrivato per accompagnare lentamente una squadra giovane. Lo ha detto senza molti giri di parole: “Non ho lasciato la mia famiglia per perdere al secondo turno”. La frase chiarisce il livello delle aspettative. A 41 anni e con quattro titoli NBA alle spalle, il tempo per costruire senza pressione non esiste più. Curiosamente, uno dei principali artefici del suo arrivo è stato proprio Maxey.
Il rapporto tra i due nasce nel 2020, quando Maxey stava preparando il Draft e James la ripresa della stagione nella bolla di Orlando. Da allora hanno continuato ad allenarsi insieme durante l’estate. Due anni fa Maxey aveva già provato a convincerlo a raggiungere Philadelphia, senza successo. Questa volta la situazione era diversa. L’arrivo di Jaylen Brown aveva modificato completamente lo scenario e Maxey ha ripreso il discorso.
LeBron ha ammesso che quelle conversazioni hanno avuto un peso decisivo. “Ho un grande rapporto con Tyrese. Abbiamo parlato molto”, ha raccontato, spiegando di avergli chiesto quale fosse la direzione della franchigia e soprattutto quale spazio avrebbe potuto trovare all’interno della squadra.
È un dettaglio interessante anche per capire come siano cambiate le gerarchie. Maxey non è più il giovane che cerca qualche allenamento con LeBron James. È diventato uno dei giocatori sui quali Philadelphia ha costruito il proprio futuro e uno degli uomini capaci di convincere il miglior realizzatore della storia NBA a cambiare Conference.
Il suo ruolo potrebbe inoltre modificarsi sensibilmente. Nella scorsa stagione soltanto il 40% delle sue triple è arrivato su ricezione. Eppure Maxey ha tirato con il 41,8% in catch-and-shoot contro il 33,3% dal palleggio. Con James e Brown capaci di creare gioco e con Embiid in grado di attirare continuamente raddoppi, avrà molte più possibilità di muoversi senza palla, correre in transizione e ricevere sugli scarichi.
Il problema principale dei Sixers, però, rimane quello degli ultimi anni: Joel Embiid. Al Media Day si è presentato visibilmente più magro. Non ha voluto spiegare nei dettagli il lavoro svolto durante l’estate, limitandosi a dire di aver fatto quanto necessario per mettere se stesso e la squadra nella condizione migliore. La questione non è estetica. Negli ultimi tre anni Embiid ha giocato soltanto il 42% delle partite di Philadelphia. E i numeri spiegano quanto la sua presenza continui a cambiare il rendimento della squadra.
Nelle dieci stagioni disputate con i Sixers, considerando anche i playoff, Philadelphia ha prodotto un differenziale di +8 punti ogni 100 possessi con Embiid sul parquet e di -3,2 senza di lui. Una differenza di 11,2 punti che racconta meglio di qualsiasi definizione quanto sia ancora centrale. Lo stesso Embiid ha indicato l’obiettivo, arrivare al massimo della condizione in aprile e maggio.
È qui che l’arrivo di James e Brown può cambiare realmente le prospettive. Philadelphia dovrebbe avere finalmente abbastanza talento per non dipendere in modo assoluto dal proprio centro durante la regular season. Gestirne i minuti e preservarlo può diventare parte del progetto invece che una necessità vissuta come emergenza.
Resta il problema della chimica. LeBron lo ha spiegato con una metafora efficace: “Tutti vogliono il porridge istantaneo”. Il basket, però, non funziona così. Ripetizioni, automatismi e disponibilità a fare cose scomode richiedono tempo. La storia NBA è piena di squadre straordinarie sulla carta che non sono riuscite a trasformare il talento in vittorie. Philadelphia parte da questa consapevolezza.
James dovrà rinunciare a una parte della centralità che lo ha accompagnato per più di vent’anni. Brown dovrà inserirsi in un sistema che non è più quello di Boston. Maxey dovrà alternare gestione e gioco senza palla. Embiid dovrà soprattutto esserci quando la stagione conterà davvero.
Il talento, invece, non è in discussione. I Sixers hanno chiuso la scorsa regular season 45-37 e sono usciti nelle semifinali della Eastern Conference. Durante l’estate hanno aggiunto Brown e LeBron a un gruppo che aveva già Maxey, Embiid ed Edgecombe. È difficile immaginare una trasformazione più radicale senza demolire una squadra.
Per Philadelphia la stagione comincia quindi con un paradosso: raramente ha avuto così tante soluzioni e raramente è stata così importante la capacità di rinunciare a qualcosa. Quattro stelle, quattro carriere costruite sulla necessità di avere responsabilità enormi, un unico pallone.

