
La NBA riparte martedì 20 ottobre e il calendario ha messo in fila, nella stessa sera, le tre squadre che contano. Al Madison Square Garden i Knicks ricevono gli anelli e alzano il primo stendardo dal 1973, davanti ai Philadelphia 76ers di LeBron James. Poche ore dopo Thunder e Spurs riaprono la serie che a fine maggio ha deciso l’Ovest.
Le agenzie di scommesse hanno già fatto la loro scelta. San Antonio e Oklahoma City partono favorite alla pari per il titolo 2027, i campioni in carica stanno un gradino sotto. Ci sembra una lettura corretta, e il motivo sta in un numero più che nei roster: dal 2018, l’anno del secondo titolo consecutivo di Golden State, nessuno è riuscito a ripetersi. Gli ultimi cinque campioni hanno vinto la partita della cerimonia degli anelli e poi hanno perso la corona. Toronto, Lakers, Milwaukee, Golden State, Denver, Boston, Oklahoma City e adesso New York: otto squadre diverse in otto stagioni, la serie più lunga nella storia della lega.
I KNICKS E IL BERSAGLIO SULLA SCHIENA
New York ha chiuso 53 anni di attesa battendo gli Spurs 4-1 in finale. È lo stesso punteggio del 1999, quando a vincere fu San Antonio, al primo titolo della sua storia. Il rovescio, ventisette anni dopo, ha il sapore di una rivincita che nessuno a Manhattan aveva osato chiedere. I Knicks ci sono arrivati con una regular season da 53 vittorie, discreta e nulla più, poi nei playoff hanno cambiato passo: 4-0 a Cleveland nella finale dell’Est, due vittorie in Texas nelle prime due gare, l’ultima di dieci punti e l’altra di uno.
Il gruppo è rimasto quello. Jalen Brunson, Karl-Anthony Towns, Mikal Bridges e OG Anunoby hanno dimostrato di reggere quando nei playoff il gioco rallenta e ogni possesso pesa il doppio. La continuità è la loro forza. Il limite è che da adesso ogni avversario prepara la partita contro di loro come una finale.
SAN ANTONIO, IL TEMPO È ADESSO
Gli Spurs hanno chiuso la regular season 62-20 e si sono fermati all’ultimo atto. Un anno fa erano una promessa. Oggi sono una squadra costruita per vincere subito, e lo dicono i numeri del mercato estivo: nessun’altra franchigia ha confermato una quota così alta di minuti giocati, il 94% di quelli della scorsa stagione. Victor Wembanyama ha viaggiato a 27,3 punti e 10,9 rimbalzi di media nella finale di Conference e parte favorito per il titolo di MVP. Stephon Castle cresce, Dylan Harper ha preso responsabilità proprio nei playoff.
La finale persa può essere il passaggio che serve. Anche i Bulls di Jordan, prima del 1991, sbatterono tre anni di fila contro i Pistons. A San Antonio la parola dinastia l’hanno già conosciuta una volta.
OKLAHOMA CITY E IL PROBLEMA CHE SI CHIAMA SPURS
I Thunder sono la squadra con il miglior record dell’ultima stagione (64-18) e il titolo del 2025 in bacheca. La loro difesa ha concesso 8,3 punti ogni 100 possessi in meno della media della lega: negli ultimi trent’anni ha fatto meglio soltanto San Antonio, nel 2003-04. Nei playoff hanno vinto le prime otto partite, spazzando via Phoenix e i Lakers. Poi hanno trovato gli Spurs, che li avevano già battuti quattro volte su cinque in stagione, Coppa NBA compresa. La serie è finita in gara 7, in casa loro, 111-103 per San Antonio.
Shai Gilgeous-Alexander, Chet Holmgren e Jalen Williams formano ancora uno dei nuclei più completi della NBA. Oklahoma City sa come si vince. Deve capire come si batte Wembanyama, e la prima risposta arriva già la sera del 20.
GLI ALTRI QUATTRO
A Est Philadelphia ha fatto il rumore più forte dell’estate. LeBron James, alla 24ª stagione, e Jaylen Brown si sono aggiunti a Joel Embiid, Tyrese Maxey e VJ Edgecombe. Come abbiamo scritto in questa serie, la questione dei Sixers è quanto potranno essere forti insieme, con la salute di Embiid come incognita di sempre. Cleveland ha fatto meno rumore e ha conservato Donovan Mitchell, James Harden, Evan Mobley e Jarrett Allen; il 4-0 subito dai Knicks a maggio, però, pesa ancora.
A Ovest Denver ha Nikola Jokic, e basta questo per tenerla nel discorso. I Nuggets hanno avuto il miglior attacco della lega e sono usciti al primo turno dopo 54 vittorie: il problema sta nella metà campo difensiva, dove hanno chiuso 21esimi per due stagioni di fila [DA VERIFICARE]. Houston ha Kevin Durant, un Alperen Sengun nel pieno della carriera, Amen Thompson e il ritorno di Fred VanVleet dopo un anno di stop. Viene però da due eliminazioni consecutive al primo turno, e in aprile non si vince con il potenziale.
Dietro, Detroit (60 vittorie), Minnesota, Boston e Golden State, dove Stephen Curry continua a rendere possibile l’improbabile.
Per vent’anni la domanda d’autunno è stata chi avrebbe fermato una dinastia. Quest’anno la domanda è chi riuscirà a fondarne una. Gli Spurs, del resto, sanno già come si fa.

