
Il mondo del rugby perde i pezzi. All’inizio dell’anno è uscito di scena il Rugby Noceto, lasciando un vuoto nel campionato di A2. In questi giorni si vocifera (ma è molto di più di una voce, è quasi una certezza) dell’imminente fallimento del Colorno. Da poche ore gira sui social la lettera aperta della presidente Raffaella Vittadello che annuncia la fine dell’esperienza dell’Academy del Verona Rugby. Il ben informato sito specializzato onRugby parla di fallimento della società, che coinvolgerebbe anche la prima squadra, attualmente in corsa per una promozione nella massima serie di A1.
Il sito (anch’esso ben informato e punto di riferimento per gli appassionati) rugbymeet.it parla di crisi del movimento. Riporta i fatti, ma non prova ad indicare le cause. Le colpe, a sentire il popolo del web, sarebbero della Federazione. Si ricorda che esiste una netta differenza tra il movimento di vertice e quello della base. Mentre la Nazionale italiana attraversa un periodo di crescita (che comunque non ci permette di salire molto nel ranking internazionale), la base è agonizzante.
Ci sono diverse cause che meritano di essere ricordate, che hanno portato a questo stato delle cose. La prima, quella che segna la differenza tra vertice e base, risale alla decisione della FIR di partecipare (e sostenere economicamente) alla URC (United Rugby Championship) con due franchigie che sono diventate un corpo avulso rispetto al resto del sistema sportivo. In pratica, invece di copiare quello che succedeva in Irlanda, in cui il campionato nazionale era, ed è ancora (come in Sud Africa), un serbatoio organico delle franchigie, si è preferito copiare dal Galles e dalla Scozia, senza capire che le realtà regionali sono diverse da quelle nazionali. Un inciso: considerare Galles e Scozia, dal punto di vista demografico, nazioni, è una forzatura che solo calcio e rugby continuano a fare. Si è copiato dalla piccola Scozia e dal piccolo Galles senza però comprendere che anche in questi Paesi le franchigie di riferimento sono espressione delle grandi metropoli (Edimburgo e Glasgow per la Scozia, Cardiff e Newport per il Galles).
Invece da noi si è puntato, anche per motivi politici (la solita politica, problema dell’Italia), su Treviso e su una località non molto definita, espressione di paesi della pianura padana (le Zebre). Le grandi metropoli sono rimaste fuori. E lo sono ancora adesso, anche nei campionati nazionali e minori.
Ma spiegare la crisi attuale del movimento solo per questo sarebbe riduttivo. Dobbiamo aggiungere anche quelli che definirei i ‘peccati di gola’ di numerose società sportive, ora in difficoltà economiche e in via di chiusura. Un peccato che nasce dall’illusione che una vittoria possa scacciare la crisi e, soprattutto, modificare i destini di quello che si è.
La Lazio Rugby (fortemente ridimensionata lo scorso anno), Colorno, Verona e quasi tutte le prime squadre dei principali campionati nazionali sono state ingolfate da stranieri poco meno che mediocri, non abbastanza forti per giocare nei top club dei loro Paesi, ma sufficienti a farti vincere una partita e, soprattutto, a togliere spazio e minuti ai tanti ragazzi (ma fino a quando saranno tanti?) provenienti dai vivai delle stesse squadre. Il massimo campionato nazionale e anche l’Elite A1 sono il pascolo preferito per avventurieri di ogni Paese. Le società, per averli, pagano oltre il consentito, si svenano per poi fallire, togliendo al contempo aria al movimento italiano. Sono poche le società, a cominciare da Petrarca, al nord, e Unione Rugby Capitolina, al centro, che alimentano le proprie prime squadre con forze provenienti dal vivaio. Che si vinca o si perda è secondario: quello che conta è produrre giocatori in grado di crescere e divertirsi insieme. Farlo a Roma o Padova è più facile che in un piccolo centro come Colorno o Noceto. E torniamo al discorso di partenza: senza le grandi città la crisi del rugby italiano non si risolverà presto.
